19023_origC’è come un francescanesimo di fondo, laico (in fondo alla stessa bambinesca esortazione del titolo), un inno alla nudità, alla povertà degli esseri, delle cose squadrate dal tempo, dalla forza modellante degli anni Novanta (che aveva generato l’omino stereotipo, angolare, di “Italia Novanta”, campeggiante qua e là nel film), in questo definitivo Non essere cattivo di Claudio Caligari; variazione sul tema, sul titolo (così vero e proprio eponimo) di Amore tossico. Un amore (disperato) che appunto intossica non solo i personaggi, le vicende, ecc., ma proprio l’intenzionalità, il desiderio iconico, l’atto di mettersi dietro la macchina da presa, per tenere insieme le immagini, gli oggetti, quei frammenti pieni di senso sfuggiti al di là dell’età acerba; per richiamare a sé e cercare di costruire la congerie immaginifica nel senso della riacquisizione del nido. Che è ad esempio l’appartamento abbandonato di cui Cesare e Viviana si impadroniscono (per alimentare il loro semplice amore); quello di Linda e Tommasino, in cui Vittorio ripara scampando a una vita da tossico; quello in cui vivono la madre di Cesare e Debora, la sua piccola nipote, che la mattina, quando Cesare torna dalle scorrerie notturne, mangia i suoi biscotti intingendoli nel latte: un che di domestico, di pacificante, che è il risvolto essenziale del mondo feroce fuori. Ma Cesare non c’è mai, gli rimprovera sua madre, non può vivere (costitutivamente) questa condizione di riparo, se non a tratti, e fa la spola tra le due case (quella della madre e quella della fidanzata) e le strade di Ostia, come un randagio con i denti digrignati, pronto ad addentare i mezzi di sussistenza: è una specie di agnello di dio secolarizzato, votato al sacrificio (sia pure inconsapevole); ed è spaventosa la solitudine in cui si ritrova quando deve provare l’eroina che s’è guadagnato, e allora, sotto un neon smorto, vomita in totale deliquio, prima che arrivi Viviana (con il suo amore ferino, ottuso) ad abbracciarlo, a tenerlo a sé dandogli rifugio.

 

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Questa semplice, conchiusa nudità si incarna al materiale inquadrarsi delle cose di quegli anni, fuori da ogni aerodinamicità e se mai all’interno di quei quadranti e squadrature delle Golf, delle Fiat Uno (che però erano in procinto di smussarsi nelle carrozzerie convesse degli anni Duemila), della mascotte di Ciao, lo stesso carattere dell’inscrizione sul peluche o le note corrive di Be my lover di Corona; insomma tutto un palinsesto quadrangolare che non è per nulla feticistico (ma essenziale, strumentale al racconto scarno, nudo appunto) e facilita a Caligari il passaggio al piano del “genere”, il senso del buon “cattivo gusto” che trascende nella ripresa: ad esempio il conficcarsi della siringa nella mano di Cesare, o certi primi piani sui passi minacciosi, o su poster di tramonti esotici mentre va il sax. E si incarna, questa essenzialità, povertà della messa in scena, ai personaggi, scattanti, stretti nei loro maglioni frusti, sempre all’erta e pronti alla rissa; proprio ai loro nervi (scoperti), gli occhi spalancati, la verbosità acuminata. Questi accattoni straripano per metà del film (anche, a tratti, comicamente), grazie ai corpi attoriali eccezionali di Luca Marinelli e Alessandro Borghi, per poi cristallizzarsi più elegiacamente dal momento in cui Vittorio rinuncia alla droga. Displuvio è la sequenza in cui i due amici (viso contro viso) si provocano, si prendono a schiaffi (Cesare crede di essere stato abbandonato da Vittorio), per poi abbracciarsi con la stessa veemenza dello scontro, con la forza dei loro nervi tesi; come bambini che dopo le zuffe e le gazzarre per le strade, i tratturi, le dune delle spiagge, capiscono che è ora di tornare a casa. Non essere cattivo, è l’ammonimento che si fa, in affezione, alla minorità da una posizione comunitaria, domestica: la famiglia; e, per periferie e cantieri, e spiagge, si rivela poetico, commosso dispendio di vite, di violenze, di amore, a cui però, dissipata per un momento la morte (dei personaggi, del film, del regista), resiste l’ultima stupefacente immagine di Caligari, su Cesare bambino che in qualche modo esiste ancora.

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