“Io non sto parlando di guadagnarsi da vivere, io sto parlando di vivere”. Si dice che il rapinatore di banche Forest Tucker abbia risposto così a chi gli suggeriva di trovare un modo più semplice per guadagnarsi da vivere. Battuta illuminante per capire Old Man and a Gun, il film di David Lowery (Il drago invisibile) e, soprattutto, il suo protagonista. Con la sceneggiatura costruita sulla base di un articolo che David Grann scrisse per il New Yorker, Lowery e Redford hanno dato vita ad un film che fa rivivere la cinefilia e riporta sul grande schermo un personaggio che nasconde in sé le ragioni stesse che hanno spinto entrambi a scegliere questo film: il continuo gioco di equilibrio tra la realtà e la leggenda, spingendo ora sull’una, ora sull’altra, scivolando e sottraendo di continuo elementi di una personalità complessa. All’età di settantasette anni, il rapinatore Tucker è già fuggito di prigione 16 volte. Le sue rapine non si contano, e spesso non sembrano neppure rapine, perché questo ladro confonde con il suo sorriso aperto, l’abito elegante e il cappello, e chiede con educazione al cassiere o al direttore di riempirgli semplicemente la valigetta.

 

La pistola è nella giacca e non occorre mai mostrarla, perché nessuno si deve accorgere di nulla. Un ladro gentiluomo in senso pieno, un uomo, per sua stessa ammissione, sicuro e capace di quello che fa. Proprio come il poliziotto Hunt che, per qualche mese di quel 1981, gli dà la caccia, lo studia fin quasi all’ossessione, ma poi è contento di non essere stato proprio lui ad arrestarlo.  Prova d’attore che va oltre l’evidenza stessa, perché Redford porta in questo film molto di più della presenza fisica e del talento attoriale, porta la sua intera storia davanti alla macchina da presa, i personaggi interpretati, le tendenze, mescolando il cinema indipendente con quello hollywoodiano, il presente con il passato (e allora passano come ombre davanti ai nostro occhi, le immagini di Butch Cassidy, La stangata, Il cavaliere elettrico, La caccia). E la storia di un uomo ribelle, che per tutta la vita si è opposto alle regole, è perfetta per un attore trasgressivo come Redford, che ha trasformato il divismo in un’opportunità di conoscenza e si nutre del passato per guardare al futuro. Un film che preferisce la felicità di soffermarsi sulle cose, all’effetto di fughe acrobatiche a tutta velocità, l’eccezione al posto della norma. Così Tucker, al posto di accelerare davanti alle auto della polizia, si ferma e le lascia passare, con la scusa di offrire aiuto ad una donna con l’auto in panne, o, più avanti, si allontana a cavallo, sulle colline, mentre più a valle, lungo le strade, impazzano le sirene. L’uso della pellicola, poi, rappresenta il perfezionamento formale di un’idea di cinema “fuori regola”, scelta non tanto nostalgica quanto di esattezza, perché quest’eroe entusiasta appartiene ad un tempo indeterminabile, che esce di scena con la discrezione con cui vi è entrato e respira di quella sospensione che solo la grana grossa della pellicola può catturare.

 

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