cdpsUna giovane donna, Maureen, viene accompagnata all’ingresso di un’isolata villa di campagna. Sola, in quella grande casa, cerca un contatto. La sua speranza – è una medium – è quella di percepire le tracce di una presenza del fratello gemello, morto da poco per un attacco di cuore causato da una malformazione congenita di cui soffre anche lei. Gli esiti della notte sono incerti ed è tempo di tornare alla sua vita; fa la “personal shopper” di una non meglio identificata celebrità, che non si vede quasi mai e con la quale comunica esclusivamente attraverso telefonate e messaggi: passa le giornate visitando boutique d’alta moda e scegliendo abiti, borse, scarpe, accessori che non indosserà mai. Personal Shopper di Olivier Assayas è il film di fantasmi adattato al terzo millennio, abitato non solamente dagli spiriti con cui Maureen crede di comunicare, ma da oggetti e simulacri che connettono con mondi altri: attraverso telefoni e computer – Google e YouTube – Maureen entra in contatto con l’astrattismo pionieristico di Hilda af Klint, pittrice svedese a cui i fantasmi suggerivano i dipinti all’inizio del Novecento, e con le trascrizioni delle interminabili sedute spiritiche di Victor Hugo, ricostruite in un (falso) sceneggiato televisivo degli anni ’50. Maureen è una medium che utilizza i media come forma di conoscenza e rivelazione della verità, ma proprio dal cellulare a cui è sempre attaccata, iniziano ad arrivare messaggi inquietanti.

fault

 

I misteri sembrano accumularsi sottolineando la necessità di una continua ricerca, la conquista di un’individualità consapevole e finalmente autocentrata. Maureen è un personaggio monco: ha perso il gemello, il suo compagno è in Oman per lavoro (sistemi di protezione informatica, non a caso), per mestiere sceglie oggetti di bellezza ma non per sé. Kristen Stewart, sulla cui fisicità androgina, capace di esplodere in momenti di sensualissima bellezza, il film è interamente costruito, si muove come un automa in spazi spesso vuoti – la villa, gli appartamenti di lusso, le stanze d’albergo – contraddicendo con la sua presenza fisica (il tono dimesso, la trascuratezza nel vestire, la confusione della propria angusta casetta) il mondo che abitualmente abita. L’universo (fantasmatico, immateriale) dell’informazione digitale è uno specchio fluido – uno dei tanti specchi presenti in un film pieno di riflessi –in cui guardarsi. Le immagini di internet passano senza interruzione dallo schermo del cellulare a quello di un computer: un flusso continuo in cui trovare contatti, ipotizzare esperienze, visitare mondi apparentemente lontanissimi. Personal Shopper è in fondo un characterstudy su un personaggio che vive per interposta persona – che guarda all’aldilà per chiudere gli occhi sull’aldiquà – e cerca se stessa credendo di cercare altro. Una diversa connotazione di sé che ben traspare dai frequenti cambi di abito che letteralmente cambiano la protagonista, come una muta di pelle: lo sguardo, il linguaggio del corpo, la sessualità. Assayas riprende il tema del doppio, centrale in Sils Maria, nascondendo però l’antagonista, gettandolo nel mondo dei fantasmi. Quella di Personal Shopper finisce per essere una detective story in cui l’oggetto di indagine è l’altra faccia della protagonista: Maureen, solo alla fine, forse troverà una risposta alle tante domande – o meglio: capirà qual è la vera domanda da farsi – fino a ricomporre una scissione che riguarda in primo luogo l’immagine – il fantasma – di se stessa.

 

Scrivi