Esperimento nel terrore, o meglio nella deriva delle paure infantili nutrite dalla realtà e elaborate in funzione dei classici schemi gotici: la forma è quella del documentario, ma Children Are Not Afraid of Death, Children Are Afraid of Ghosts (che ha aperto il Concorso di Pesaro 53) è più che altro un saggio sull’imprinting d’infanzia del regista Rong Guang Rong, artista e filmmaker cinese, giunto a Pechino dopo esser scappato a 16 anni dalla provincia nordorientale di Jilin per studiare fotografia. Il film è una macchia oscura che si allarga sui margini della società cinese contemporanea, non quella dell’espansione metropolitana, ovviamente, ma quella che resiste nei villaggi di provincia, zone rurali inscritte al registro della miseria e dello spopolamento, da cui risuonano fatti di cronaca come quello che ha mosso la ricerca di Rong Guang Rong: il suicidio di gruppo di quattro fratellini tra i 5 e i 14 anni in un villaggio sulle montagne del Guizhou, nella Cina sudoccidentale. Quattro piccoli spettri, tre dei quali nemmeno iscritti al registro delle nascite nella Cina che impone la regola del figlio unico, quattro fantasmi bambini che accendono qualcosa nei ricordi del regista: il suicidio della madre e la sua promessa infantile di unirsi a lei, il dolore di un’infanzia da cui è fuggito, l’ombra di un padre che, come tutti gli adulti, nutriva l’amarezza della propria sconfitta per riversarla sul figlio. Tutto questo si traduce in un viaggio nel dolore dei ricordi personali cercati seguendo la mappa per il villaggio in cui i quattro fratellini si sono tolti la vita, per capire cosa li abbia spinti a compiere quel gesto. La voce del navigatore GPS lo porta a destinazione nel pieno della notte, perché la rappresentazione richiede l’ottica horror cercata dal regista: in pieno stile revenge gli abitanti lo accolgono in maniera sinistra, la polizia cancella le riprese, il ritorno a casa non è facile… E allora il regista salva il salvabile, elabora il vissuto filmico come un esperimento fuori strada, ricostruisce con i suoi figli storie di fantasmi (cinesi) e draghi a due teste che insidiano peluche nel mondo in miniatura dei loro giochi per spiegare cosa deve esser passato per la testa dei bimbi suicidi. Il documentario sui quattro fratellini suicidi si traduce in quello che sin dal principio doveva essere: un viaggio nei ricordi della propria infanzia, la rievocazione da parte del regista di un dolore subito, il fantasma del padre, il suicidio della madre, il proprio suicidio rimandato, evocato in un prefinale cittadino che precede le scene di vita familiare (la moglie e i due figli) su cui il tutto si chiude. Ma prima di tutto questo il film è un “wich project” costruito sul lost footage di un documentario negato. Macchie di nero notturne, accensioni cromatiche psichedeliche su mondi di giocattoli animati nelle fantasie infantili, ricordi di adulti che non hanno dimenticato l’infanzia. E poi un grande detour nell’entroterra cinese, che resta il vero fantasma impossibile da evocare nelle spennellate di documentario impressionista ritinto nella bassa definizione delle immagini.

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