Risale a più di dieci anni fa l’ultimo film di finzione (H2Odio) di Alex Infascelli, che, dopo anni di videoclip, documentari (il notevole S is for Stanely) e serie televisive, torna con Piccoli crimini coniugali a raccontarci i rapporti umani nel momento della loro esasperazione massima. Che per lui significa esibizione e crudeltà, ambizione formale e severità narrativa. Due soltanto gli attori in campo (Margherita Buy e Sergio Castellitto), ma sono sufficienti perché Infascelli è abile nel collocare attorno a loro il giusto numero di ostacoli e di oggetti, riempiendo una casa sfacciatamente arredata di parole e cose su cui poter discutere giorni. Ad un campo di battaglia allude talvolta anche la colonna sonora quasi tribale, che sembra voler preludere ad una resa dei conti che non ci sarà mai. La storia di questa coppia ferocemente in crisi, però, dura poche ore, il tempo per lui e lei di aprire tutti i pugni e dire e dirsi tutto quanto c’è di sbagliato. L’assenza di lui, la dipendenza di lei, la saccenza dell’uno, le frustrazioni dell’altro (ma ad un certo punto è difficile distinguerli, anzi, l’uno si specchia nell’altro in alternanza).
 

 

All’origine c’è una pièce di Éric Emmanuel Schmit che Infascelli traspone come fosse a teatro, giocando, cioè, coi vuoti e i pieni della scenografia, con le superfici scure e gli angoli retti. Ci si perde in questo grande appartamento, come fa finta di perdersi il protagonista che, dopo un incidente, dice di non ricordare più nulla. Stratagemma presto scoperto, necessario per mettere in campo le carte e svelare le ipocrisie della vita matrimoniale. Sono questi i crimini del titolo, di cui sono colpevoli l’uomo e la donna. Piccole bugie, equivoci cercati, finzioni opportunistiche della vita di coppia, avvelenata dalle troppe intromissioni ambientali e sociali. L’artificiosità, ci dice il testo, è pagata con la stessa moneta. È come il camino, che si accende a tempo ma è finto, come la libreria zeppa di volumi che, a ben guardare sono tante copie di pochi stessi libri, quelli scritti da lui, che lui mette in mostra. O le fotografie scattate da lei, fintamente enigmatiche, che, ancora una volta, mostrano e non osservano. Infascelli sceglie di costruire il suo film come un labirinto inespugnabile, dove ci si specchia negli oggetti esposti, dove lo sguardo rimbalza continuamente e non trova un punto di arrivo. Come le parole, che, infatti, girano intorno svuotandosi. Ritratto di superficie che, proprio per questo, riesce ad andare in profondità e a cogliere la malattia della superficialità. Thriller della crudeltà quotidiana, dunque, tutto giocato sulle parole, mentre i gesti vengono solo evocati, a volte anche ingannati. Nessuno è sincero e nessuno è innocente. Ma chi si aspetta un impiano realistico è destinato ad essere deluso, perché qui, per lo spettatore, non c’è possibiltà di adagiarsi, identificandosi con l’uno o con l’altro dei due attori e delle due storie. E non c’è possibilità di equilibrio. Perché Piccoli crimini coniugali è un film che irrita e affascina al tempo stesso, è inconciliabile con il cinema italiano dei nostri tempi, e con gli stereotipi della commedia/tragedia sentimentale, ma si nutre della finzione rappresentativa del cinema e si bea di dialoghi quanto mai stucchevoli. Estremo stratagemma di un regista ambizioso e astuto, che fa un cinema fuori dagli schemi, enunciandoli tuttavia, e cercandoli a suo modo.

 

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