La riunificazione delle due Germanie ha rappresentato per Wener Herzog (e certamente non solo per lui) un sogno che si avverava. Benché pre-annunciato da un lungo periodo di cambiamenti a livello di politiche internazionali, la caduta del muro di Berlino è solo l’ultimo di una densa serie di avvenimenti. Li ripercorre Werner Herzog nel suo Herzog incontra Gorbaciov, co-diretto con André Singer per un progetto commissionato loro dall’emittente televisiva tedesca MDR e sviluppato lungo tre incontri avvenuti nell’arco di sei mesi. Conversazione tra due giganti, contenuta in un film insolitamente malinconico, in cui il regista bavarese non può che osservare il suo interlocutore, filmarlo nella sua dolente lucidità e ripercorrere con lui alcuni momenti salienti della vita dell’ultimo presidente dell’Unione Sovietica. E c’è molto da dire su questo statista illuminato, nato in una cittadina del Caucaso, che ha velocemente conquistato la vetta del Partito Comunista sovietico. I materiali di repertorio sono preziosi per comprendere la portata di ogni avvenimento, a partire dai tre funerali, che in rapida successione hanno preceduto la nomina di Gorbaciov. Breznev, Andropov e Chernenko rappresentano un passato quasi anacronistico, che si rispecchia nella solennità delle loro cerimonie funebri. Passato cancellato in uno stacco di montaggio, perché il nuovo potere non saluta dall’alto il “popolo”, ma scende nelle piazze e parla direttamente con i lavoratori. C’era da cambiare il mondo e quello era l’unico modo possibile, sembra dirci Herzog. Accanto al “fare” di Gorbaciov, però, non manca il “dire” dei testimoni: George Schultz, segretario di Stato di Reagan, Horst Teltschik, consulente per sicurezza nazionale di Helmut Kohl, Miklós Németh, primo ministro ungherese e Lech Walesa, tutti concordi nel parlare di come quegli anni fossero portatori di un’utopia andata poi sprecata, o meglio, dissolta nella corsa al potere, nella fretta disgregatrice di un impero e di un’epoca. Quest’uomo pacato e pacifista detta le regole di una conversazione che scivola veloce nella sua estrema densità di argomenti e riflessioni. Seduto semplicemente di fronte al suo intervistatore (che pure ha percorso a piedi l’intero perimetro della Germania come espressione di un desiderio di unificazione), Gorbaciov procede con lentezza, ricorda e analizza soffermandosi a lungo, chiudendo gli occhi in silenzio, creando, di fatto, un’aura di addolorata sospensione.
 

 
Perché gli obiettivi raggiunti all’epoca sembrano dissolversi in un presente attorcigliato in mille conflitti, cui si
accenna soltanto ma che vivono nella tragicità di una figura di grande carisma e di incredibile coerenza morale. “L’Unione Sovietica avrebbe dovuto dare alle sue repubbliche più diritti invece di dissolversi del tutto”, dice, ripensando ai giorni del colpo di stato di Boris Eltsin, che divenne il primo presidente di una Russia post-sovietica. “Avrei dovuto mandarlo da qualche parte lontano, ma non sono quel tipo di uomo”. Poco più tardi lo vediamo provare il messaggio con cui accetterà suo malgrado la sconfitta. Dice di volere sulla tomba l’epitaffio “We tried”, perché quel mondo migliore che ha sognato tutta la vita è stato a portata di mano per una manciata di anni e grazie a quest’uomo per bene, che si è battuto per la democrazia e la pace come uniche chiavi del futuro. Ed ecco il senso di un film così apparentemente lineare nell’opera di un regista come Werner Herzog: disegnare i contorni inafferrabili di un sogno più grande e caparbio, per cercare di arrivare con il cinema ancora una volta oltre il limite.

 

 

 

 

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