C’è un costante controllo dell’impianto drammaturgico nel cinema di Kore-eda Hirokazu, che ne fa un esempio straordinario di saggezza e lungimiranza. I suoi film sanno respirare il presente in cui sono immersi, ma non si lasciano mai sorprendere dal passare del tempo. Lo stesso vale per quest’ultimo Ritratto di famiglia con tempesta (ma il titolo originale dice “Più profondo del mare”, da una canzone di Teresa Teng), dove, però, la famiglia ha un assetto sgangherato e irriverente. Ryota è uno scrittore in crisi, che fa il detective privato per racimolare qualche soldo (ma ama il gioco d’azzardo), ha un’ex moglie paziente, ma che ha già un’altra vita, e un figlio silenzioso, forse confuso dai suoi stessi genitori. E poi ci sono la madre di lui, che ha appena perso il marito, e la sorella, un po’ più concreta e cinica. Un ritratto anticonvenzionale, dunque, ma al tempo stesso equilibrato e denso di vicende minute, da vita quotidiana realmente osservata e descritta attraverso personaggi che si mostrano a tutto tondo, dentro e fuori, nei gesti e nei silenzi. Come sempre, sono gli impercettibili movimenti emotivi il vero centro di questo film, dove non si può riconoscere una “storia” vera e propria, perché tutto succede o è già successo in altri luoghi e in altri tempi.

Lo sguardo complice di Kore-eda segue con semplicità Ryota nel suo vagabondare reale e metaforico, nei pedinamenti e nella continua ricerca di se stesso, adulto mai cresciuto, ma non per questo meno sensibile. “È difficile diventare chi volevi essere” dice Ryota al figlio Shingo, a dimostrazione che questo sciagurato padre, nonostante i vizi e le debolezze, conserva una dose di malinconia di cui il film intero via via, si impregna. Perché “gli uomini non sanno vivere il presente” dice l’anziana madre, che lo conosce e lo asseconda per farlo uscire da se stesso e riprendere in mano la vita, che, nel frattempo, gli sfugge in tutte le direzioni, senza che ambizioni e desideri coincidano più. Per fare un film tanto sfuggente e impalpabile, Kore-eda ha avuto bisogno di creare una serrata coreografia, dove il ritmo di ogni scena potesse insinuarsi in quella successiva, in un continuo inciampare, ripetere, riprovare. Perché Ryota cade spesso, e si rialza e si blocca continuamente, come se stesse camminando senza vedere la strada, senza ricordare i passi da fare. Il punto d’arresto diventa, così, più che mai necessario e si consuma nel finale, in una notte sospesa dove tutto si ferma e aspetta che le cose cambino. La tempesta infuria e mette insieme tutti quanti i personaggi. L’isolamento li rende più disponibili ai ricordi e ai pensieri, mentre la pioggia e il vento creano un’atmosfera irreale. Tutti si osservano con occhi nuovi (e così succede anche allo spettatore) nel momento in cui entra in campo una giostra a forma di polpo, con cunicoli come tunnel in grado di trasformare lo spazio in tempo. Entrare significa accettare una sfida, uscirne significa rinascere. Ci si ritrovano cose perdute, sentimenti smarriti e un senso di pace dimenticato. Quando padre, madre e figlio escono (in una scena che di per sé è il centro sbilanciato del film), la tempesta si è quasi placata lasciando dietro di sé una scia sottile di serenità. Tutto è cambiato, anche se nulla è cambiato, ma la leggerezza delle immagini è capace da sola a stabilire un nuovo inizio di questa non-storia, in cui si descrivono i rimpianti e si racconta della luce che cambia e che mostra sempre nuove prospettive.

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