All’inizio c’è una foto, un vecchio bianco e nero un po’ dilavato, da reporter di guerra. La foto occupa lo schermo per parecchi minuti, esponendo il suo incredibile e apparente vuoto: il punctum sul quale Barthes insisterebbe è probabilmente la parete bianca sullo sfondo, ma in quella immagine che mostra le macerie di una scena di guerra è piuttosto il silenzio visivo che zittisce gli eventi accaduti a lasciare il segno. Perché, in realtà, quella è l’immagine manipolata di una scena catturata a Beirut nel ‘75, all’inizio della guerra civile che avrebbe infiammato il Libano sino al 1990: c’è stato uno scontro a fuoco e due soldati stanno portando via a forza un prigioniero. Noi non li vediamo, ma ci sono. Il fotografo che l’ha scattata la descrive dettagliatamente, spinto dal regista Ghassan Halwani, che ce la sta mostrando nella versione da lui elaborata, in cui ha cancellato i soldati e il prigioniero, lasciando solo dei dettagli surreali, che noi riusciamo a vedere solo quando ci vengono svelati: il cappellino di uno dei soldati, sospeso lì a mezz’aria, la scritta della t-shirt del prigioniero, che appare ora come un graffito sul muro di fondo, gli scarponi dei militari…

 

Ecco, il setting di Erased___, Ascent of the Invisible (Tirss, Rihlat al Sou’oud ila al Mar’ii, a Locarno 71 nella sezione Segni di vita) è dato da questa operazione di annientamento degli eventi, di cancellazione della Storia, di rimozione della morte: il film di Ghassan Halwani è infatti la posa in opera di un processo di disvelamento di quelle morti che in quindici anni di guerra civile libanese sono state cancellate e nascoste nelle tante fosse comuni disseminate a Beirut e nell’intero paese. Centinaia e centinaia di caduti i cui volti sono dispersi nella memoria immateriale. E il film di Ghassan Halwani è una vera e propria sfida all’invisibilità imposta a quei cadaveri, alla cancellazione dei volti: il filmmaker libanese infatti lavora di strato in strato sull’archeologia della sofferenza, andando a ritrovare i volti dei dispersi riprodotti sui manifesti affissi sui muri e nascosti nel corso del tempo sotto altri manifesti. E dal frammento di una vecchia foto tessera il regista, che è anche animatore oltreché videoartista, riproduce a matita l’immagine che poi anima sullo schermo, restituendole il respiro, il movimento, la parvenza di una vita sia pur meccanica. Insomma un atto d’accusa terico e un atto di pietà storica che, nel film di Ghassan Halwani, coincidono con la posa in opera di un dispositivo di ricerca poetica che lavora sul concetto stesso di memoria come atto politico, scavalcando qualsiasi attualità dell’immagine vera per tramutarla in un sistema di riconoscimento della profondità morale del visibile. Ricordare è rendere visibile e rendere visibile significa offrire alla Storia una verità inconfutabile: si torna sempre su questo punto, alla fine, è questo il segno forte che accomuna il migliore cinema contemporaneo che galleggia nelle acque del Mediterraneo, sospeso tra una sponda e l’altra, scritto sullo scarto tra il ricordo vissuto, le immagini che testimoniano e la flagranza materiale delle macerie del presente. A Cannes lo avevamo visto nelle immagini ricostruite da Stefano Savona in Samouni Road, qui a Locarno lo abbiamo già trovato nei giorni scorsi nelle rievocazioni a distanza di Martina Melilli in My Home, in Libya, ora Ghassan Halwani si insinua nell’archeologia delle immagini… Sono tutti lavori che insistono sulla memoria concessa, quella che resta attaccata alla pelle cicatrizzata della Storia e si trasforma in sfregio invisibile, continuando fatalmente a lavorare sulla rimozione dell’immagine, sulla negazione del rapporto tra verità e persistenza retinica. La resistenza è l’esistenza che resta attaccata allo spazio e al tempo attraverso la memoria: ancora e sempre resta presente La memoria fertile di Michel Khleifi, quella fondamentale lezione che già negli anni ’80 ci insegnava che ricordare è restituire spazio alla verità assente e dignità non tanto alla sofferenza delle persone, quanto alla vita che hanno vissuto anche per noi. La guerra persiste nella cancellazione, nella rimozione delle tracce che lasciano posto ai monumenti invisibili dell’orrore negato: con Erased___, Ascent of the Invisible il libanese Ghassan Halwani lo ribadisce attraverso gli stumenti di un filmare materico, trovato sul tavolo di montaggio, strappato alle pareti scrostate dei manifesti, osservato con la lente d’ingrandimento, restituito alle sue dimensioni con la fantasia geometrica delle proiezioni ortogonali e affidate al cammino della vita, sia pure fantasmatica, con la magia dell’animazione. Da Myubridge in avanti, l’immagine ricorda il corpo, il movimento e lo spirito del Tempo.

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