Room-2015-Movie-PosterNon è semplice parlare di Room, il terzo film dell’irlandese Lenny Abahmson (ma la produzione coinvolge anche il Canada), tratto dal romanzo Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue e a sua volta ispirato a fatti reali di reale reclusione. Il difficile è riuscire a entrare nel gioco finzionale del film, adattarsi ad uno sguardo duplice, che alterna complicità e distanza, difficile è non varcare da spettatori una soglia fragile, puramente emozionale, che tradirebbe il film, nella sua precisa tensione descrittiva di legami, percezioni e invisibili cambiamenti. Room si pone, così, come un compendio sul potere dell’immaginazione e sullo slittamento continuo tra ciò che è vero e ciò che invece non lo è. Il bello, però, sta nel fatto che nulla è bene e nulla è male in senso manicheo. Verità e immaginazione popolano il mondo microscopico di un bambino che sta crescendo dentro una stanza senza finestre, con un lucernario da dova fa capolino soltanto il cielo. A cinque anni, però, si può iniziare a capire la differenza e così la madre, anche lei rinchiusa da sette anni, inizia a tracciare i confini, a descrivere le cose in un altro modo, semplicemente cambiando qualche parola. I muri che hanno sempre due facce, il dentro che prevede sempre un fuori. E il “fuori”, che è un concetto strano e sfuggente.

 

InRoom

Abrahmson descrive tutto con sguardo spiazzante, fatto di inquadrature ravvicinate, dettagli abissali, fuori fuoco che sembrano analizzare gli oggetti e i concetti cui essi sono legati. Perché in questa stanza di pochi metri quadrati, dove è racchiuso tutto il mondo, le cose hanno vita e identità. Lavandino, sedia, letto, armadio, cucchiaio, sono cose da salutare, elementi di uno spazio che non finisce mai, paradossalmente rassicurante e intimo, piccolo e grandissimo. Ed è importante che spesso ci venga mostrato attraverso la distorsione delle immagini, troppo piccole o troppo grandi, visioni parziali di un insieme che resta opaco, fuori fuoco o fuori campo. Si applica qui una specie di ancoraggio tra ciò cui crede il piccolo Jack e ciò che vede lo spettatore, in un Bg98yo_room_01_o2_8707116_1438094948.jpgprogressivo avvicinamento, fino quasi all’identificazione.  E quando, lentamente, tutto viene messo in discussione, le visite del rapitore Old Nick iniziano a instillare dubbi e domande, il reale prende il sopravvento sulla fantasia e l’immaginazione non basta più a dipingere di magia una stanza fatiscente. Viene in mente Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze, il processo di crescita di un bambino descritto attraverso la sua stessa presa di coscienza. Ma nel caso di Room, e di Jack, però, si tratta di modificare completamente il reale cui si è fatto riferimento fino ad ora. Come un ragazzo selvaggio che esce dalla foresta e non ha più nessun riferimento, spaziale, fisico, per affrontare il mondo. Ed ecco che la distorsione aumenta, la fuga si trasforma in un incubo, le gambe non reggono, la voce non esce. La realtà, il mondo, sono troppo più grandi dell’immaginazione, e ingovernabili dalla pura volontà. In questa seconda parte Abrahmson cambia ritmo, e dilata la rappresentazione del tempo, riesce quasi a tenerlo fuori fuoco. Non muta, però, il punto di vista, che, anzi, si concentra su quello di Jack, che deve trovare da solo le regole di una nuova percezione, imparare i meccanismi della comunicazione non più esclusiva, capire in profondità la differenza tra bene e male. Saggio e innocente, lo sguardo del piccolo protagonista di Room è uno studio di cinema quasi perfetto, tra storytelling e rappresentazione di un reale molteplice, sfaccettato e spesso ingannevole.

 

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