Emilio1150x748Non è un film su Kubrick e sui suoi film. S Is for Stanley è un delicata e raffinatissima indagine su un’amicizia speciale tra due uomini molto simili, durata più di trent’anni e basata sulla fiducia e sulla disponibilità reciproche. Quando Emilio D’Alessandro incontra Kubrick per la prima volta, lui sogna di diventare pilota di formula 1, e il talento non gli manca. Per sbarcare il lunario, però, accetta il lavoro di autista e factotum propostogli dal geniale regista, senza davvero rendersi conto dell’importanza reale del suo “committente”. Una storia d’altri tempi, che appartiene al cinema più di quanto non appaia, perché dietro agli aneddoti ci sono la dedizione e l’ossessione di Kubrick per il cinema e la dedizione e l’ossessione di Emilio per il suo datore di lavoro/amico, che ha assistito nella vita privata e nella lavorazione dei film.  Si procede cronologicamente, dal primo incontro, quando a Emilio fu chiesto di portare sul set di Arancia Meccanica un grosso fallo che fuoriusciva dall’auto in modo imbarazzante. Solo lui era stato capace di attraversare Londra sommersa dalla neve, con il suo temperamento, l’esperienza e la precisione che riservava ad ogni cosa. Aspetti che sono piaciuti al regista, al punto da assumerlo e farlo entrare nella sua vita in modo a volte anche ingombrante.

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Ed è bello che i film del regista più esigente del mondo restino fuori quadro, evocati solo dalle foto custodite da Emilio e dai suoi racconti. Perché Emilio non vedeva i film di Kubrick (“credevo fossero troppo lunghi”), ma osservava il suo amico negli occhi, nei gesti, nei silenzi e nelle innumerevoli telefonate. “Perché risponde sempre tua moglie quando voglio parlare con te?” gli chiede ad un certo punto. La soluzione al problema sarà di far installare una linea diretta e riservata in modo da non disturbare più la povera Janette, che deve sopportare le molte assenze del marito, letteralmente sequestrato durante la lavorazione dei vari film. Seduto su uno sgabello, nel magazzino della sua casa di Cassino, Emilio D’Alessandro racconta circondato dai ricordi di tutti quegli anni. Muovendo le mani e con gli occhi spesso pieni di commozione spiega che Stanley odiava essere chiamato Mr. Kubrick, che amava gli animali così tanto da aver riempito il giardino della sua villa di trovatelli. Cani, gatti, persino due asini, che nessuno voleva più. Se ne prendeva cura lui stesso, o chiedeva ad Emilio di dar loro da mangia12107re, da bere, portarli dal veterinario. E tale era la paura di perdere il suo factotum, da indurlo a smettere con le corse automobilistiche, proprio come Emilio decise di tornare in Inghilterra dopo quello che avrebbe dovuto essere il suo trasferimento definitivo a Cassino. “Riconoscevo in Emilio l’espressione del rimpianto”, dichiara la miglie Janette, e questa mancanza spinse la coppia a tornare a Londra per stare di nuovo a fianco del regista nei cinque anni del lungo lavoro di Eyes Wide Shut. L’impressione, però, è che non sia stato detto tutto e che, anzi, questo film sia solo una goccia rispetto all’oceanico universo della loro “collaborazione”. Il film di Alex Infascelli su Emilio D’Alessandro e sul suo lavoro accanto a Stanley Kubrick è un duplice ritratto che non si serve dell’uno per esaltare l’altro, ma con equilibrio cerca di raccontare una storia a due voci, fatta di passione, discrezione e rispetto reciproco. Sul set di Shining Kubrick chiese a Emilio cosa pensasse di Jack Nicholson. “Non mi piace il suo continuo sniffare una cosa che si mette sul dorso della mano. E quando lo accompagno, in auto finisce per rollarsi e fumare sigarette che mi fanno diventare la testa pesante come il mondo”. Da quel momento D’Alessandria non dovette più avere a che fare con Nicholson, e le cattive abitudini dell’attore non furono più un suo problema. “Il finale è triste”, fa notare il protagonista. La morte di Kubrick è quasi improvvisa e dolorosa per tutti. Aveva appena finito di montare il suo ultimo film, quello che aveva visto Emilio e sua moglie coinvolti anche come comparse: da quel momento niente più bigliettini lasciati con l’elenco delle cose da fare e niente più telefonate. Solo un vuoto e l’idea di aver dovuto dire addio due volte ad una persona cara.

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