2015052605561331593-420x278Con il titolo Dio dietro Sade, Leonardo Sciascia pubblica su Rinascita, il 12 dicembre 1975, un saggio sul’ultimo film di Pasolini. Mentre le immagini scorrevano sullo schermo, lo scrittore non si sentiva “pornografo ma vittima. Vittima del dovere di vederlo, vittima dell’attenzione con cui ho sempre seguito Pasolini vittima- perché non dirlo?- del mio cristiano amore per lui, di un amore che forse sfiora il concetto – cristiano e cattolico – della reversibilità”. Sciascia ha sofferto durante la proiezione, ha chiuso gli occhi e ha cercato conforto in un buio fisico che era specchio di quello morale e intellettuale che dilagava sullo schermo. Qui sotto trovate un illuminante stralcio del finale dell’articolo dell’autore di Todo Modo.

 

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Il film di Pasolini è senza dubbio importante: importante come conclusione della autobiografia, importante per chi come me sente il bisogno di ricostruire la sua vita, di spiegarsela, di capirla con umiltà e insieme con pietà; di capire la sua scelta, di capire il suo “suicidio”. Ma a che serve per la generalità degli spettatori; a che serve per le masse che lo consumeranno? Lasciando da parte i pochissimi che a vederlo possono sentirsi insorgere delle latenti perversioni o trovare una forma di appagamento a quelle coscienti, i più non ne avranno che nausea e orrore: e o sentiranno l’impulso di ripagare con la violenza tanta violenza (magari sfasciando il cinema) o sentiranno tanta disperazione e dannazione da trovarsi ad invocare Dio come nel film la vittima, come la ragazza di cui dice Paulhan che si è fatta monaca dopo avere letto Sade (Jean Paulhan, testimone in un processo a carico Jean-Jacques Pauvert, reo di avere ristampato i libri di Sade, giudicò le opere pericolosissime:” Conosco una ragazza che dopo averle lette si è fatta monaca” ndr). Ora, decisamente, tanto per stare alla battuta di Paulhan, è appunto questo che non vogliamo: che le ragazze si facciano monache. Facendo il film che ha fatto, Pasolini ci ha avvertito di questo pericolo. E anche morendo come è morto: di una morte in cui gli elementi “libertari” sono sovrastati e annichiliti dagli elementi cattolici. Ma noi dobbiamo difendercene. E non dsalo04ico noi per dire questa società, questo Stato, tutto quello che Vittorini chiamerebbe morte e putretudine – che hanno se mai non il diritto di difendersi ma il dovere di dissolversi; ma noi che ormai sappiamo quello che siamo e quello che vogliamo: anche se stretti tra le delusioni storiche nuove e le tentazioni metafisiche vecchie.

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