Suburbicon è la città delle meraviglie: integrazione razziale (certo, sono tutti bianchi), assistenza, servizi sociali: tutto sembra funzionare perfettamente in questo paradiso anni cinquanta dove i fiori, come nel finale di Blue Velvet, danzano all’unisono. Una sequenza di villette a schiera tutte uguali che rappresentano l’ideale di (non) integrazione americana: simili che cercano altri simili fino a identificare l’uniformità con l’unico sistema di convivenza possibile. Quando nella cittadina tutta sorrisi si trasferiscono i coniugi Meyers, neri borghesi che la differenza la portano nel colore della pelle e apparentemente in nient’altro, gli ingranaggi ben oliati sembrano incepparsi. In realtà è proprio sotto l’apparenza placida che i vermi iniziano a svilupparsi: la famiglia Lodge – padre, madre, sorella, figlioletto – è la radiografia funzionale di un concetto ma è anche il luogo dove prende forma l’ipocrisia omicida del sogno americano. Suburbicon (in Concorso) è figlio (il)legittimo di una sceneggiatura scritta da Joel e Ethan Coen: del loro caustico cinismo porta i segni sin dalla descrizione – in perfetto stile Truman Show – di un conglomerato urbano fondato su un senso di omologazione passiva, lombrosianamente rappresentato da facce e pance ebeti, terrorizzate dalla semplice apparizione del diverso in cui i sospetti sulle divergenze religiose sono placati dall’uniformità del colore della pelle. In epoca trumpiana, certo,  la decisione collettiva di erigere muri (anzi, palizzate che rimandano ai giardinetti di Mark Twain, ribaltate nel loro significato antisociale) a proteggersi dal concetto di “diverso” sembra un ammicco facile; ma il vero obiettivo della satira dei Coen – e di George Clooney, metteur en scène furbo e ammiccante – è l’istituzione della famiglia americana come esemplare simbolo/attore/assassino sociale. Suburbicon è una farsa, una mise en abyme delle fondamenta del sogno americano miscelata al razzismo congenito che tutto blocca e tutto giustifica.

Certo, la struttura rimanda, per il suo ragionamento sulla stupidità – più che banalità – del male, a Fargo (da cui però, nella lettura di Clooney, viene silenziata la carica nichilista) e a The Ladykillers, da cui mutua il meccanismo di eliminazione casuale e reciproca dei suoi goffi e ipotetici cattivi. Ma in Suburbicon – con tutti i limiti di uno stile che preferisce lo scherzo all’acidità satirica – prevale il gusto per lo sberleffo, la ricerca dell’effetto comico. Clooney si cala con professionalità nel registro grottesco del film; costruisce su Oscar Isaac un personaggio carico dei suoi tic, quasi ipotizzando un apocrifo di se stesso; regala all’amico Matt Damon un personaggio di squallida immoralità; cuce su Julianne Moore un doppio aldrichiano di rara perfidia. Ovviamente resta il dubbio su quello che sarebbe potuto essere Suburbicon nelle mani dei Coen – rimandi di atmosfera occhieggiano a A Serious Man, il loro capolavoro misconosciuto – ma il risultato resta una commedia feroce e implacabile, sebbene a tratti nascosta da una regia compiaciuta nel suo estremismo pop e soffocata dall’onnipresente commento musicale di Alexandre Desplat, a volte pleonastico se non indigeribile. Il rovello però si placa nel gustare i continui cambi di timbro, le reiterate frecciatine alla mentalità piccolo-borghese (e al razzismo che comporta, ieri come oggi), il gusto splatter per la decostruzione morale dei protagonisti. Una visione radicale e disperata delle incapacità umane che, in piena coerenza coeniana, Clooney eredita e racconta con disillusa armonia.

Scrivi