maxresdefaultIl cinema non si era ancora mai interessata alla vicenda di Emmeline Pankhurst e del Women’s Social and Political Union, il movimento da lei fondato nel 1903 che lottò per il diritto di voto alle donne in Inghilterra (e da lì poi in tutta Europa). A colmare questa lacuna ci hanno pensato la regista Sarah Gavron e la sceneggiatrice Abi Morgan. Suffragette, presentato in apertura della 33 edizione del TFF, non è un biopic sulla Pankhurst, ma ha per protagonista una donna comune, Maud Watts (Carey Mulligan), che nella Londra del 1912 prende a poco a poco consapevolezza dell’importanza dell’emancipazione femminile e della lotta attiva. Maud lavora in una lavanderia da quando era bambina, è sposata con Sonny (Ben Whishaw) e ha un figlio di 5 anni a cui è legatissima. Mr. Taylor (Geoff Bell), il proprietario della lavanderia, è un uomo senza scrupoli che sfrutta le operaie sottoponendole a turni massacranti e abusa delle più giovani, impossibilitate a opporsi per paura di perdere il posto di lavoro. Invitata da una collega a prendere parte a una riunione della Women’s Social and Political Union nella farmacia che Edith Ellyt (Elena Bonham Carter) gestisce con il marito Hugh, suo sodale nella causa femminista, Maud entra in contatto con un mondo a lei sconosciuto e finisce per assumere un ruolo di spicco, soprattutto dopo la sua partecipazione all’udienza in Parlamento in cui è lei a prendere la parola. Da lì non perderà occasione per sostenere il movimento: dalle manifestazioni di piazza, violentemente represse dalle forze dell’ordine, alle azioni dimostrative (le vetrine dei negozi infrante, le bombe nelle case di campagna dei politici…) subendo le conseguenze dei suoi atti: l’incarcerazione, l’alimentazione forzata in risposta allo sciopero della fame, una pratica introdotta per legge all’epoca per contrastare la ribellione delle donne che altro non era se non un ulteriore sopruso nei loro confronti.

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Il film si chiude sui funerali di Emily Wilding Davison (Natalie Press) che perse la vita, dopo quattro giorni di agonia, per essersi buttata sotto il cavallo di re Giorgio V al derby di Epsom del 1913 con l’intento di attirare l’attenzione dei media sulla causa femminista, ma la questione in qualche maniera rimane aperta (e se sui titoli di coda scorrono le date del conseguimento del voto alle donne nel mondo…). L’arrivo della guerra obbligò di fatto le Suffragette a sospendere le loro battaglie. Nel 1918, in Inghilterra, venne concesso il diritto di voto alle donne che avessero compiuto 30 anni e fossero proprietarie terriere, pagassero le tasse o fossero laureate. Solo nel 1928 le inglesi ottennero gli stessi diritti elettorali degli uomini. In Italia bisognerà aspettare il 1946: il 10 marzo di settant’anni fa le donne vennero chiamate a esprimersi alle prime elezioni amministrative dopo la caduta del fascismo.

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Accanto a personaggi realmente esistiti (Emmeline Pankhurst interpretata in un cameo da Meryl Streep o la già citata Davison), ce ne sono altri fittizi (la stessa Maud) che, però, sono frutto di un’attenta ricostruzione storica basata su documenti d’epoca, lettere, diari personali. La sceneggiatrice Abi Morgan, alla sua seconda collaborazione con la Gavron dopo Brick Lane (2007), è infatti appassionata dalle ricostruzioni d’epoca. È lei l’autrice di The Iron Lady (2011) che ripercorre la vita e la carriera politica di Margareth Thatcher, di The Invisible Woman (2013), incentrato sull’amore di Charles Dickens per una giovane donna, o della sersuffragette_3ie tv The Hour (2011-12), ambientata in piena Guerra fredda (ma è anche la sceneggiatrice di Shame di Steve McQueen). Alla Gavron va riconosciuto il merito di aver fatto luce su un movimento di fatto poco conosciuto, scegliendo peraltro il punto di vista delle proletarie, senza mai calcare la mano sugli aspetti melodrammatici o retorici. Un onesto e doveroso omaggio, oggi più che mai anche necessario (non a caso alla prima londinese del film il gruppo femminista Sister Uncut ha scavalcato le transenne per manifestare sul tappeto rosso contro la violenza domestica e le numerose vittime che causa ogni giorno, esponendo cartelli con la scritta “The battle isn’t over yet”).

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