233La storia di un uomo raccontata dal suo stesso punto di vista. Può apparire un’acrobazia, ma Clint Eastwood sa come trasformare una storia in una sorta di ideale soggettiva, tutta teorica, libera e indiretta, e per questo perentoria. Lo fa in Sully (film con cui si sono “aperte” le grandi anteprime del Torino Film Festival) storia vera di Chesley “Sully” Sullenberger, che il 15 gennaio 2009 compì il “Miracolo sull’Hudson”, facendo letteralmente planare un aereo con a bordo 155 persone sul fiume Hudson, a pochi minuti dal decollo. E l’incidente occupa la prima scena di questo film sobrio e affilato, che non concede nulla allo spettatore, se non il privilegio di vedere un’orchestrazione perfetta di tempi e gesti, di vuoti e di pieni in un’esecuzione che fa dell’essenzialità la sua parola d’ordine. Come un concerto per pochi strumenti in cui il suono di ognuno è modulato per far prevalere il percorso di uno solo, nonostante i tentativi continui e beffardi di divagazione. Subito dopo il decollo, dunque, tutto precipita. L’impatto con uno stormo di uccelli, i due motori fuori uso, una decisione da prendere in poche frazioni di secondo, fino all’impatto con i grattacieli di New York. Ma è solo un sogno, perché l’incidente è già avvenuto e quello che ci resta da vedere è il modo in cui lo elaborano i diversi protagonisti. È evidente che l’11 settembre 2001 segna ancora l’immaginario collettivo e Sully, con la sua esperienza di pilota, deve evitare un altro aereo sui palazzi di New York. Non se ne parla, certo, né si sorvola mai, nelle lunghe ricognizioni aeree, il World Trade Center, ma quell’evento resta inciso nei silenzi di tutti, perché è il silenzio la chiave di lettura di questo film, che arretra per poter avanzare e non si lascia distrarre dalle convenzioni narrative classiche.

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Un eroe che combatte contro l’icona di eroe, costruita subito dai media, e contro il sospetto della Corte Nazionale dei Trasporti chiamata ad indagare sui fatti per stabilire se ci sia stato l’errore umano, perché le simulazioni al computer dimostrerebbero, invece, che l’aereo sarebbe potuto tornare in aeroporto senza  emergenze. E così Sully si trova a vivere qualche giorno di follia, correndo di notte per non perdere la concentrazione e cercando di mettere insieme tutti i pezzi di quei 208 secondi di paura vissuti in bilico tra la vita e la morte. Un buon capitano che Eastwood osserva da vicino, tanto da entrare nella sua testa, immaginare i suoi incubi e anticiparne i pensieri. Il film procede, infatti, per segmenti, avanti e indietro. Assistiamo all’incidente più volte, ognuna con un dettaglio nuovo, ma in totale coerenza, come a voler disegnare il profilo di un uomo a partire dai gesti che via via affiorano alla memoria e al pensiero. Flags of Our Father destrutturato e capovolto. Non la costruzione di un mito, ma la sua 208razionalizzazione estrema, la sua quotidiana sfida per la normalità, senza il conflitto interiore che nasce in American Sniper e senza la lotta tra bene e male. Eastwood non pone condizioni, questa volta, e più che a Flight si pensa a The Walk di Zemeckis, per la necessità dei gesti che si ripetono sullo schermo, per la linea orizzontale che prevale, per la vittoria di una magnifica, selvaggia idea, contro il principio conformista dei protocolli e delle regole. L’umanità di Eastwood sta nel senso di responsabilità dei sui protagonisti, nel restare uguali a se stessi sempre, evitando lusinghe e timori, lontani dalla retorica dei film ridondanti, ma recuperando con forza il senso della ripetizione. Quei 3 minuti e 28 secondi che si moltiplicano davanti ai nostri occhi, trasfigurati in incubi o analizzati lucidamente dallo sguardo di chi li ha agiti. Il fattore umano segna la differenza anche nelle scelte di Eastwood, che non cerca lo spettacolo, né la creazione del mito (nonostante il film sia stato girato con la tecnologia Imax, per una profonda immersione nell’azione). Si fa sul serio e si resta concentrati sull’uomo.

 

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