I fotogrammi di Jonas Mekas lampeggiano dal repertorio come un magnifico baluginio di antico splendore, ma la spinta che Susanna Nicchiarelli sceglie per inquadrare Nico, 1988 (Orizzonti) è decisamente sonora. Riecheggia lontana, come dal ventre di quella madre assieme alla quale, nell’incipit, la Sacerdotessa delle Tenebre viene mostrata, intenta a guardare a distanza il bagliore di Berlino bombardata che brucia. Il suono della sconfitta, lo chiamerà lei in una tarda intervista, quello che sentì quel giorno assieme alla madre e che continua a cercare ogni volta che accende il suo magnetofono per registrare un rumore, un’eco. Nico, 1988 è l’immagine di quel suono, la testarda volontà di cogliere lo spettro di uno spettro incarnato nel corpo di una ex modella perennemente affamata, prima per la guerra poi per lavoro. Affamata di cibo come di perdono e, ovviamente, di amore… La voracità dei suoi pasti, l’insidia dell’eroina, la spinta verso un consumo che è consunzione di sé, vengono però trattati da Susanna Nicchiarelli non come le classiche stimmate del declino della star, ma come la traccia di una rivelazione intima, in cui si riflette l’immagine, anzi il suono della sconfitta. E’ bello e sorprendente, Nico, 1988: lascia percepire la dolcezza di una parabola implicitamente amara, vivendo il dolore come traccia iconica da smaterializzare nel presente. Il ricordo del passato è stralunato tra le surreali domande di giornalisti e spettatori occasionali del tardo tour sulle cui tracce ci poniamo e la flagranza psichedelica del repertorio filmico offerto da Mekas, in cui si intravede l’astratto splendore degli anni Velvet Underground.

Tutto il resto, sin dal titolo di questo ritratto, è nel presente di Nico, giunta al termine del suo percorso, inciso come su una lapide pulsante di vita scaduta e sordo dolore. L’insistenza notturna che persiste nel tracciato del film è visione di una oscurità che distanzia le tenebre nella consapevolezza del declino cercato, inversione punitiva dell’ossessione materna che la tarda Nico della Nicchiarelli nutre per Ari, ovvero Christian Aaron Boulogne, figlio mai riconosciuto di Alain Delon, riflesso di una bellezza rifiutata nel dolore. La persistenza di quel figlio sottrattole in infanzia, che soffre del suo stesso dolore, aggrappato a suicidi e psicofarmaci, infine ritrovato, diventa per la Nico della Nicchiarelli traccia portante di un dissidio interiore, della dissonanza tra l’esserci nel presente e il rimpiangere il tempo trascorso vanamente. L’imbrunire dei cromatismi della fotografia di Crystelle Fournier (DOP francese segnalatasi con Céline Sciamma) intingono la scena di una cupezza che discende da un mondo ancora in sé diviso, tempi di muri invalicabili che fanno da quinta alla separatezza della tarda diva, racchiusa nel cinismo imprevedibile delle reazioni inattese. I siparietti che il biopic impone (le scene italiane ad Anzio, le fughe ai checkpoint dell’Est…) sono illustrazioni spalmate sul tono di un film che in realtà funziona più per induzione emotiva che per scansione narrativa. Un film che contiene se stesso e il suo personaggio, come in una bolla temporale la cui chiave psicologica è il rapporto con un figlio negato e ritrovato, il continuo cercare, tentare, fuggire l’amore. Compreso quello silente e introflesso offertole dal suo manager Richard (John Gordon Sinclair, in cui si riflette il vero Alan Wise). Ma poi Nico, 1988 è anche un film che si incardina sul ritratto dell’artista elaborato da una immensa Trine Dyrholm, che mette corpo e voce e canto e intuizione in una performance empatica, che ripensa e rivive gli umori e le sensazioni della vera Nico. E’ in lei che Susanna Nicchiarelli ha trovato la chiave di volta per reggere un progetto sulla carta rischiosissimo, che giunge sullo schermo forte della sua introflessa potenza.

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