terminator-genisys-script-matth-smith-character-620x350In un futuro apocalittico controllato dal network senziente Skynet che ha raso al suolo il mondo con un  attacco nucleare globale, la resistenza umana guidata dal leader John Connor sta per vincere la sua guerra contro le macchine. Sentendosi sconfitto, il sistema manda nel passato del 1984 un androide T-800 perché uccida Sarah Connor, la futura madre del capo della resistenza, nella speranza di alterare il futuro: ma a salvaguardare l’incolumità della donna sopraggiunge anche il guerriero Kyle Reese, spedito con la stessa macchina del tempo proprio da Connor. Fino a qui tutto bene: la premessa del reboot (anzi, stavolta lo chiamano reset) è esattamente la stessa del primo Terminator di Cameron: ma alcuni dettagli durante il trasferimento nel passato di Reese (nuove e incomprensibili memorie “postdatate” di quest’ultimo; una mano incandescente che afferra Connor proprio durante il trasferimento) ci avvertono da subito che gli sviluppi, ovviamente, non saranno quelli che ci si attende da quello che sembrava essere partito come un rifacimento. E arrivano i guai. Perché ad attendere nel passato il Terminator dalle fattezze giovanili di Schwarzy, c’è un altro Terminator dalle fattezze di Schwarzy di mezza età, che rivelerà di essere stato inviato (da chi?) in quella linea temporale nel 1973, per proteggere Sarah (che lo chiama “papà”) già da bambina. E di cui Reese (che come già sapete dovrebbe sviluppare una relazione con la donna e quindi diventare il padre dell’uomo di cui dovrebbe salvaguardare28886764.sfxl la nascita) non si fida tantissimo. Ma non è finita, ovviamente: e fortuna che possiamo trincerarci dietro la logica da social network/blog del NO SPOILER (chi è interessato troverà comunque altri luoghi per conoscere i dettagli del resto) per evitare di lambiccarci il cervello a tentare di riassumere i successivi cento minuti di disarticolato delirio che porteranno ancora una volta a un’apparente soluzione del problema.

 

 

 

Terminator-Genisys-6Ancora non è passata mezz’ora dai titoli di testa, e la sceneggiatura di due massimi pestoni del papocchio come Patrick Lussier (Drive Angry, San Valentino di sangue) e Laeta Kalogridis (Pathfinder, lo scellerato Shutter Island di Scorsese) ha infatti già architettato un doppio falso remake mixato dei primi due film della saga, e intorcinato le distorsioni temporali quanto basta perché a ogni possibile interrogativo degli astanti si possa rispondere solo con l’espressione della mucca ferma al passaggio a livello a guardare il treno che passa. La cosa di per sé non sarebbe neanche tristissima: decenni di metacritica ci hanno autorizzato a sorvolare su superfici più o meno putride, addestrato a teorizzare le più arzigogolate letture di secondo livello, affinato metodi di persuasione per dimostrare l’indimostrabile. Ma una roba come Terminator Genisys può mettere in scacco una vita intera di snobismo onanista. E tocca arrendersi all’evidenza: non c’è nulla, qui, ora, che possa autorizzare anche la più fantascientifica (ehm) interpretazione accademica (vi interessa, declinare l’analisi sulla compresenza di tre differenti corpi-Schwarzy -digitali- per formulare una riflessione sulla morte al lavoro 2.0? A me no); niente che possa vellicare la più sopita pretesa sociopolitica (vi interessa, applicare le teorie marxiste per quei circa 28 secondi di film che individuano nell’accesso costante della masse alla Rete e ai dispositivi tecnologici una nuova forma di dipendenza struttura/sovrastruttura? A me no). E non c’è nulla, infine, che possa anche solo vagamente soddisfare un qualunque principio del piacere cinefilo o cinematografico: a meno che non si sia disposti (nel caso cinefilo) a partecipare al giochino di individuazione delle affinità/divergenze  tra la consapevolezza e la conoscenza pregressa del gioco che può avere un “veterano” (“oh, guarda, c’è anche la Terminatrix del terzo capitolo!”) e la tabula rasa del neofita frustrato (“perché il mio vicino di posto cinquantenne ha sorriso per questa inquadratura e io no? Cosa c’è che non so?”) o (nel caso più schiettamente cinematografico) a lasciarsi andare a due ore in cui non esiste una singola sequenza d’azione che non sia già stata girata mille altre volte (il 3D è come sempre un inutile orpello, e qui pure usato male), un singolo effetto speciale che possa anche solo lontanamente suscitare quell’ebbrezza ebete del mai visto (che le evoluzioni del T-1000 liquido di Terminator 2, venticinque anni fa, garantivano) e in cui la verosimiglianza e la plausibilità interne necessarie al funzionamento di una macchina narrativa falsamente complessa vengono prese a schiaffi ogni cinque minuti (a partire dagli aspetti diegetici più ovvi. Per esempio: che cacchio di fine fa il personaggio di J.K. Simmons??? Rispondere “Torna nel sequel”, oltre a essere di malaugurio, non vale). In una sequenza che ai più non dirà nulla, ma che invece è rivelatrice, il vecchio (“ma non obsoleto” dice una battuta tormentone: c’è da discuterne) Arnold Schwarzenegger ascolta I Wanna Be Sedated dei Ramones. Ecco: forse l’unico modo per sopportare una bufala simile è quello di prepararsi alla visione previa assunzione di sostanze ottenebranti. Ma allora, così briffati tanto vale stare a casa a spararsi una puntata dei Teletubbies. Probabilmente ci si diverte di più, e gratis.

 

 

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