789phpThumb_generated_thumbnailjpgQuis custodiet custodes? Di origine biblica, la domanda sul controllo dei controllori, non è certo  nuova in generale, e non lo è nemmeno per il cinema. Ma acquista un significato particolare nella situazioni in cui, essendo in gioco la sicurezza di una nazione, si invoca il superamento di remore (?) garantiste e sembrano attenuarsi gli scrupoli verso comportamenti o atteggiamenti decisamente oltre le regole di convivenza civile, quelle che normano il patto sociale con cui l’individuo singolo cede una parte (relativa) della propria libertà in cambio della tutela di beni di rilevanza costituzionale. La prospettiva in cui si muove (T)Error, documentario vincitore al Sundance Film Festival e inserito nella rassegna Mondovisioni (che parte dal festival di giornalismo Internazionale Ferrara, 2-3-4 ottobre), apre nuove strade sulla questione. Non tanto perché offra risposte convincenti, quanto piuttosto per il modo in cui pone la domanda stessa, portandoci apparentemente nel campo dell’etica più che in quello dei risultati pratici, ma in realtà mettendo a nudo le paranoie connesse alla sicurezza nazionale, avanzando il sospetto (e qualcosa di più) che la maggior parte dei casi di acclarato terrorismo di matrice islamica nel territorio statunitense individuati post 2001, sia conseguenza dell’azione scorretta, invadente, manipolatrice, di agenti provocatori.

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Il film nasce dalla ostinata volontà di una coppia di filmaker statunitensi, Lyric R.Cabral (afro­americana) e David Felix Sutcliffe (bianco), che si sono conosciuti insegnando cinema ai ragazzi di Harlem e che hanno vissuto in prima persona l’esperienza dell’arresto di una loro allieva sedicenne con l’accusa di essere una potenziale terrorista. Da questa storia, risalente al 2005, Sutcliffe, che nel frattempo aveva approfondito le strategie antiterroristiche del governo americano, trasse un film e cominciò a maturare la convinzione che la maggior parte dei complotti portati alla luce negli USA siano in realtà creati da informatori pagati dall’FBI, istruiti dai loro diretti superiori. L’idea di realizzare insieme un nuovo lavoro a partire dalla figura di uno di questi informatori – gente che passa mesi, anni in alcuni casi, a tessere relazioni con i propri obiettivi, incoraggiandoli  a partecipare ad attività terroristiche per saggiarne la effettiva disponibilità a fare “il salto del fosso”­ sembrava 444phpThumb_generated_thumbnailjpgscontrarsi con l’impossibilità di filmare tali soggetti. Ciò fino alla “scoperta” di Shariff, il protagonista del film, per anni vicino di casa di Lyric e che si mostrò disponibile a farsi riprendere in azione. (T)Error (che gioca fin dal titolo con la sovrapponibilità tra errore e terrore o anche sulla capacità del terrore di inglobare strutturalmente l’errore, e che non nasconde la sua natura di film a tesi) ricostruisce una missione di Shariff, al secolo Saeed Torres, che senza mai essere definito un informatore si rivela comunque un agente “provocatore”. La prima sorpresa arriva quando i registi scavano nel presente e nel passato di Shariff: un uomo di 63 anni, squattrinato, di colore, padre single, cuoco nella scuola media di una indefinita località dell’Est americano; ma pure un Black Panther pregiudicato, fuggito in odore di fatwa dalla sua comunità, che lo ritiene responsabile di aver contribuito all’arresto di Tarik Shah, noto bassista jazz, accusato di collusione con Al Qaeda. La missione di Shariff/Saeed consiste nel monitorare, a Pittsburgh, un giovane convertito all’Islam, Khalifah Al Aliki. Cabral e Lyric ci avvolgono nella stessa tela di ragno con cui Shariff impacchetta Khalifah, in un crescendo di tensione che muove dalle effettive qualità “provocatorie”; dell’uomo, che come i suoi colleghi stimola la reazione del sospettato, la coltiva. O, come ritengono gli autori, addirittura la alimenta, perché in realtà molti casi di terrorismo non esisterebbero se non fossero in qualche maniera creati dagli stessi informatori/provocatori. La mdp è sovente distante, laterale, mascherata, come si addice a un’azione sotto copertura. Ma anche efficace, precisa, invasiva, perché Shariff ­ che ha chiaramente omesso di informare i superiori dell’accordo con i registi ­ si mette spesso nelle condizioni di far capire ben oltre ciò che fa vedere. Talvolta incombe il timore di essere, noi spettatori, manipolati a nostra volta; ma poi prevale l’ammirazione affascinata per un’indagine di alto livello, in cui il mezzo cinematografico è sfruttato al meglio e recita un ruolo da protagonista, senza cessare di essere al servizio di un’operazione più complessa. Visione da integrare con qualche (istruttiva) lettura a posteriori. Per farsi un’idea articolata e autonoma su una situazione di terrore psicologico e di isteria collettiva che ­ senza per questo sottovalutare la minaccia reale rappresentata in var12phpThumb_generated_thumbnailjpgie parti del pianeta dal terrorismo di matrice islamica ­ sembra propensa a ripetersi con particolare frequenza nella storia americana, generando fenomeni di spropositato riflusso come la seicentesca caccia alle streghe di Salem, la persecuzione degli anarchici in principio di XX secolo, il genocidio “culturale” del maccartismo.

 

 

MondovisioniMondovisioni dopo il festival di giornalismo Internazionale prosegue per diverse città in tour (tra cui: Roma/Palazzo delle Esposizioni 6-11 ottobre; Milano/Cinema Beltrade 12-20 ottobre).

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