The bra, il reggipetto, la favola artificiosa di Veit Helmer

La linea genetica che dal georgiano Otar Iosseliani è passata al tedesco Veit Helmer si è via via indebolita e, soprattutto, snaturata. The bra – il reggipetto, è sicuramente una favola surreale, ambientata in un paese che forse non esiste e attraversata da una piccola vena di buonumore piuttosto diffuso, piuttosto insistito, a volte piuttosto fastidioso. Sicuramente Veit Helmer cita e ricita il cinema del Maestro georgiano e da quello trae ispirazione per mettere in scena la sua personale visione di una comunità semifelice, senza saperlo, in cui i gesti sono sufficienti a comprendersi e non serve la parola, come già in Briganti del citato Iosseliani. Qui tutto ruota attorno ad un reggiseno che un giorno il protagonista, un macchinista delle ferrovie che è alle soglie della pensione, un Miki Manojlović, già protagonista innamorato in Irina Palm, trova impigliato sulla vettura e che vuole individuare di chi sia per restituirlo e chissà che non ne nasca qualcosa. Lo aiuta nella ricerca un bambino che, di solito, mentre il treno passava stretto fra le case del paese, avvisava gli abitanti del suo arrivo. Su questa esile trama, il che non è un difetto, si innesta la vicenda narrata dal film che, senza dialoghi, procede fino alla conclusione.

 

 

Il problema di The bra è il suo atto di pedissequa perseveranza nel diventare una copia (quasi conforme) del cinema surreale e immaginifico di Iosseliani, di cui assorbe le strutture esteriori, senza poterne assumere i contenuti. Ne deriva che il film, pur godibile nella sua fattura e con la presenza sempre piacevole di Denis Lavant e Paz Vega, e anche a tratti divertente nella sua narrazione, gradevole nelle sue invenzioni come quella di immaginare il treno che attraversa il paese stretto fra l’abitato, si riveli in fondo un esercizio di stile, molto ben riuscito in verità, ma debole nella sua efficacia, se per efficacia si debba intendere quella soluzione visiva e/o narrativa che aggiunga o spogli di significati la percezione del reale e accresca il senso di complessità che l’attraversa ovvero conservi la capacità di un’osservazione che sia perfino non originale, ma nella quale si possano rintracciare i segni di una riflessione. The bra – il reggipetto è manchevole di tutto questo e si manifesta come una piacevole divagazione, un po’ fine a sé stessa, senza il vigore autentico delle narrazioni provenienti da quei territori – qui siamo in Azerbaigian – che tanto cinema evocativo hanno offerto alla sua storia. Non vi è dubbio che Veit Helmer sia bravo a ricomporre la scena, a condurre la narrazione, a conformare il suo occhio occidentale a quello degli autori provenienti dai Paesi asiatici ex sovietici. Il regista tedesco sente un legame autentico con quei Paesi tanto che un suo film precedente Absurdistan era ambientato in Kazakistan che nel film si chiamava appunto Absurdistan.

 

Ma ancora tutto questo non è sufficiente a dare forza e vigore alle immagini e alle pur curate inquadrature di questa suo nuova prova, anzi, a dirla tutta, sarebbe stato forse meglio trovare l’imperfezione originale per restituirci un film più autentico e vero. Si ha l’impressione che il problema del film risieda proprio nell’impostazione generale. Veit Helmer pretende di lavorare con materie prime che non appartengono alla sua natura e alla sua cultura e quindi il suo intervento si limita ad un atto di conformismo culturale e qui cinematografico. Tutto questo va a detrimento del suo film. Per apprezzare un film non è assolutamente sufficiente la ricercata perfezione estetica, ma senza nerbo, non pare soprattutto sufficiente una specie di ricercata leggerezza della storia e qualche sorriso, che indubbiamente suscita, affinché possa dirsi efficace nei suoi esiti. Resta interessante, e questo è un merito di The bra, l’essersi fatto memoria del quartiere Shanghai di Baku, dove il film è girato, dove davvero il treno attraversava il centro del quartiere come si vede in quelle immagini. Il quartiere oggi non esiste più poiché è stato distrutto dopo le riprese del film. Ecco il momento di verità che pure in film un po’ gelido e un po’ artificioso, come diceva qualcuno, esiste sempre.