Siamo a Orlando, in Florida. A un passo dal Walt Disney World Resort, il più grande complesso di parchi a tema del mondo, ideato dall’imperatore del cinema d’animazione alla fine degli anni 50 come la Disneyland del futuro e aperto nel 1971, alcuni anni dopo la sua morte. Una vera e propria industria dell’intrattenimento per bambini e famiglie, attorno alla quale si è sviluppato nel corso dei decenni un indotto turistico enorme. Proprio lì si svolge The Florida Project, l’ultimo film di Sean Baker, che nel 1971 nasceva e al Torino Film Festival è approdato nel 2008 con Prince of Broadway, vincitore del Premio speciale della giuria, per poi tornarci nel 2012 con Starlet e nel 2015 con Tangerine.

 

La storia si svolge tutta dentro e attorno al Magic Castle Hotel, motel a poco prezzo gestito dal burbero benefico Bobby (Willem Dafoe) e popolato da famiglie squattrinate che non possono permettersi una vera casa. Si tratta per lo più di giovani coppie e o di giovani madri con prole. Il film si concentra sulla piccola Moonnee e suoi suoi due amichetti che, mentre esplorano la periferia degradata dei parchi a tema, non luogo che nella loro immaginazione di bambini può diventare tutti i luoghi, sterminato terreno di gioco, ne combinano di tutti i colori. Baker descrive il suo film «come la versione odierna di Simpatiche canaglie, […] i cortometraggi comici prodotti da Hal Roach negli anni Venti e Trenta, incentrati su un gruppo di bambini che vivevano in povertà durante la Grande Depressione. La loro condizione economica veniva però sempre tenuta in secondo piano: ciò che interessava davvero erano le avventure a sfondo umoristico che questi vivevano».

 

 

In The Florida Project invece la questione economica, il degrado sociale e urbanistico sono in primo piano dall’inizio alla fine, trasformando lo scalcinato Magic Castle Hotel nel negativo dello scintillante Walt Disney World Resort e perciò del “progetto” Florida, che è poi il progetto di tutta l’industria dell’entertainment: il costosissimo American Dream realizzato lasciando ai margini della Storia milioni di sogni poveri. I sogni dei poveri, che al massimo vanno a illudersi per qualche ora nei parchi giochi o, ancor peggio, vivono ai loro margini. Come se il transito o la prossimità potessero dare loro l’illusione di far parte di un Sogno e di una Storia la cui raccontabilità passa proprio attraverso la rimozione di tutto ciò che ha a che fare con la povertà.

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