martian-gallery3-gallery-imageSi dice che Ridley Scott lo abbia voluto dirigere a tutti i costi questo film che racconta l’Odissea secondo Mark Watney, scienziato in tranquilla missione su Marte che, creduto morto per errore, viene abbandonato sul Pianeta Rosso (ricreato benissimo nel Wadi Rum giordano) dai compagni di viaggio, partiti anzitempo con la Terra come destinazione. La storia di una sopravvivenza, in lotta contro il tempo e l’inospitalità di un pianeta che non assume mai le caratteristiche horror di altre opere (Red Planet), non introduce l’elemento dell’alieno cattivo (come in Mission To Mars o Fantasmi da Marte), non sceglie derive umoristiche (Mars Attacks!), esotiche (John Carter) o spettacolar-­filosofiche (Atto di forza) e nemmeno sorprende con colpi di scena da Guerra Fredda (Capricorn One). Molti si sono domandati il perché di questa dichiarata esigenza senile da parte di Ridley, considerando che nel suo conformismo luminoso e ottimista, nella creazione di un domani che assomiglia tantissimo all’oggi (al punto da non differire da esso se non per la “conquista” di Marte, a cui l’uomo contemporaneo non è arrivato),The Martian è lontanissimo dal futuro distopico e immaginifico a cui Scott ci ha abituato, tanto nei suoi film di fantascienza più riusciti (Alien e Blade Runner) quanto in quelli grandemente imperfetti (Prometheus). Si è pure detto che questo è un film fatto per piacere al grande pubblico, che non si pone in partenza il problema della autoralità, e dunque risulta nulla più che l’ennesima concessione al gusto prevalente che sembra guidare i passi del regista inglese dai tempi de Il gladiatore.

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Di sicuro Scott resta fedele al libro di Andy Weir (un caso editoriale esploso in rete) e alla sceneggiatura del talentuoso Drew Goddard, che voleva dirigerlo in prima persona, ma poi è stato dirottato su altri progetti. La cifra di Scott come autore non è così evidente come altrove, ma si fa sentire, e soprattutto vedere, in una serie di situazioni che spostano gradualmente il peso del film dal tema strombazzato della scienza che si prende la rivincita sui voli pindarici della fantascienza, a quello meno immediato, ma forse di maggior respiro, del rispetto delle regole e dell’uomo solo alle prese con la natura (?) indifferente. Uno space-­drama insomma, che ricava dall’ambientazione extraterrestre stimoli e suggestioni nuove, ma in fondo ruota attorno al classico “finché c’è vita c’è speranza”: Mark lotta con tutte le sue forze, con la sua intelligenza, con il sapere accumulato in anni di studi e di esperienze concrete, che si rivelano decisivi in una situazione estrema. Che poi le regole a cui si interessa Scott non siano solo quelle cinematografiche, che ha sempre rispettato in ogni regia (fossero i capolavori riconosciuti o i film più ordinari della sua rutilante filmografia), ma quelle interne alla narrazione e soprattutto quelle del sottotesto, rende più suggestiva la materia. Contiene infatti, The Martian, una visione del mondo estremamente positiva, a partire dalla figura solida del protagonista Mark (interpretato da Matt Damon) per seguire con il proclamato auspicio per una politica spaziale condivisa da parte delle potenze mondiali, oggi legate ciascuna al proprio orticello esplorativo. E, mentre da un lato pare esaltare il buon funzionamento di una società ordinata e rispettosa dei ruoli, dall’altro ci mostra come l’esigenza di sopravvivere porti a vedere il primo problema che si presenta come quello fondamentale, e così via con quelli successivi, secondo una logica dei piccoli passi, che per sua costituzione rimanda di continuo la strategia. Conoscere le leggi che regolano la natura consente al protagonista Mark di superare indenne gli ostacoli che trova sulla sua strada; ma è al mancato rispetto di alcun regole di prudenza che deve poi la sua conservazione in vita; ed è all’aggiramento di codici specifi2015, THE MARTIANci e di buon senso da parte del resto dell’equipaggio (e prima ancora dei dirigenti NASA che dalla Terra decidono cosa deve essere fatto conoscere e cosa taciuto all’opinione pubblica che segue con trepidazione le sorti del naufrago delle stelle) che deve infine la sua salvezza.

 

 

Per cui Ridley Scott, mentre esalta la virtù del bravo cittadino che può contare comunque, oltre che sulle sue forze, su un aiuto ulteriore (quasi una visione alla Schopenauer o, per restare in ambito cinematografico, alla Frank Capra, ma più asciutta), ci ricorda che è la capacità di mettersi in gioco, di rischiare, che consente di fare decisivi passi in avanti. Il Mark novello Robinson (curiosamente c’è un trascurabile film americano del 1964, Robinson Crusoe on Mars, che ambientava il romanzo di Defoe su Marte) deve molto del proprio ritorno sulla Terra alla intraprendenza e alla capacità di decidere quando muoversi nel rispetto delle regole e quando invece scavalcarle; ritorno che tuttavia si compie definitivamente solo grazie alla “follia” collettiva di un gruppo di astronauti capitanato dalla rossa Jessica Chastain (in pendant col pianeta), che rischia molte vite per salvarne una sola. Facile il richiamo a precedenti come Salvate il soldato Ryan, in cui lo stesso Matt Damon beneficiava di un intervento di salvataggio personalizzato durante la Seconda Guerra Mondiale; o, risalendo ulteriormente nel tempo e uscendo dal contesto cinematografico, rifarsi ai valori (rooseveltiani? universali?) che portano ad aspettare chi rimane indietro, quale ne sia il costo. Un messaggio nemmeno troppo nascosto ad una società disorientata, che si domanda di continuo ( più in Europa che negli USA) quali siano i confini di accoglienza e solidarietà, senza trovare risposte pienamente convincenti. Di certo The Martian-­Sopravvissuto è in superficie chiaro, solare, e forse per ciò troppo frettolosamente liquidato come intrattenimento puro; ma ha un cuore ricco e frastagliato, pieno di piccole sorprese, come sempre nel cinema di Ridley Scott: basta avere la pazienza di cercarle.

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