Un film di Aki Kaurismaki è sempre la prova che il punto di contatto tra la moralità del filmare e la sostanza “politica” del pensiero cinematografico è lì a portata di mano, una questione di semplicità, purezza e consapevolezza. Magari non ha la potenza poetica di Miracolo a Le Havre, ma The Other Side of the Hope, il suo nuovo film in Concorso alla Berlinale 67, tiene ferma la barra del suo cinema scritto sul lirismo tradito, ma non sconfitto, della realtà umana. Lo sguardo resta fisso sulla cifra stilistica squadrata che va a tempo con l’immancabile spiazzamento dei suoi protagonisti, questa volta sospesi tra la scena dei disperati dell’immigrazione clandestina e gli interni di una società finlandese (europea) che arranca sulle sue insicurezze. Gli uni come gli altri colti come fossero nuvole in viaggio nella penombra dei cromatismi netti, tra il chiaro e lo scuro che definisce i forti come i deboli, gli eroi come i disgraziati, nei fotogrammi sempre giusti di questo regista, filmati ovviamente ancora e sempre in pellicola: altrimenti smetterebbe, tant’è che alla Berlinale ha chiesto e ottenuto che il film fosse proiettato in 35mm… Anche per questo il mondo di Aki Kaurismaki resta una scena scritta sul bisogno di mettere un ordine morale nel quadro della realtà: l’altra faccia della speranza di cui parla questo suo nuovo film è quella sporca di carbone che si porta dietro Khaled, siriano in fuga da Aleppo dopo aver perso casa e famiglia sotto le bombe, sbarcato fortunosamente a Helsinki per chiedere asilo e trovare la sorella, Miriam, persa durante il periplo.

Di fronte a lui l’accoglienza, l’amicizia virile con un rifugiato iracheno, infine il giudice che rigetta la sua richiesta e quindi una nuova fuga… Di fronte il destino gli mette Wikström (Sakari Kuosmanen, l’indimenticato Juha), a suo modo un profugo anche lui, ma dalla sua precedente vita: moglie ubriaca, un commercio di camicie fallimentare ceduto a metà prezzo, il ricavato fatto fruttare in una notte di poker da manuale e con quello l’acquisto di un ristorante non troppo fiorente. Compreso nel prezzo lo stropicciato personale di sala, spaccato umano di eroica decadenza kaurismakiana, cui si aggiunge, con la dignità che gli è propria, Khaled, al quale  Wikström non riesce a rifiutare un aiuto. La fiaba alla Kaurismaki funziona ovviamente seguendo il solito schema che scala le sconfitte dei suoi perdenti per raggiungere la vetta del loro eroismo un po’ disperato, un po’ disilluso e un po’ inconciliato: la tessitura resta quella della commedia venata di un’amarezza che questa volta sembra offuscare non poco la poesia, spegnere il sorriso, abbassare i toni di quel lirismo che in Miracolo a Le Havre rendeva tutto più lieve. The Other Side of the Hope  si consegna a una cupezza che viene dal tempo presente, da una visione della realtà che al regista, umanista disilluso ma mai sconfitto, appare particolarmente oscura. I caratteri si contendono la scena in disillusione e il punto di fuga positivo è difficile da trovare, anche perché dietro l’angolo c’è sempre il cattivo di turno, pronto a spegnere la fabula nel dettato della stupidità.

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