L’ultimo capitolo della trilogia prequel del celeberrimo Il pianeta delle scimmie del 1968 è un film di guerra e di riflessione, dentro e fuori la finzione, sulla storia dell’uomo e sulla sua impossibile convivenza. The War. Il pianeta delle scimme, diretto come il precedente da Matt Reeves, riprende tutte le istanze messe in gioco nel precedente episodio, e le porta alle estreme conseguenze, rischiando anche l’effetto ridondante e la nota stonata, ma restando coerente nella descrizione di un’umanità al limite, che persegue la guerra ottusamente, fino alla sua stessa distruzione. “Alla fine la natura si vendicherà e l’uomo dovrà estinguersi” dice spesso Werner Herzog, e qui sembra di assistere ad uno dei possibili modi di questo annientamento. Un virus da lui stesso creato mette l’uomo in condizione di regredire, diventando muto, mentre l’evoluzione delle scimmie è tale da avvicinarle sempre più alla parola. Il conflitto, però, è ancora una volta senza sfumature: buoni e cattivi, primati contro uomini, i primi che cercano di sopravvivere desiderando la pace, i secondi che incitano alla battaglia e costruiscono muri e armi (l’esercito “ipnotizzato” del colonnello sta innalzando un muro di confine ai piedi di montagne ricolme di esplosivo). Il bene e il male del western, il viaggio verso la biblica terra promessa, l’apocalisse (e non pochi sono i rimandi espliciti ad Apocalypse Now), il tutto in un’America, dove la bandiera a stelle e strisce sventola dalla finestra del Colonnello spietato, irragionevole e sadico, che ha fatto costruire un vero e proprio lager per scimmie e usa espressioni e modi non diversi dai gerarchi nazisti.

Reeves aprofitta della metafora senza molta finezza ma è efficace, tuttavia, il suo modo di suddividere le cose in parti nette e senza sfumature, dove gli uomini sono divisi in due fazioni nemiche composte da automi oppure da fantasmi bianchi senza volto, mentre è con le scimmie che si identifica il punto di vista del film.  Un po’ semplicista il discorso politico anti Trump, un po’ naïve lo sguardo sul cinema classico di genere, irrisolto l’uso della musica, talvolta minimalista, talvolta eccessiva nel suo sinfonismo ridondante, non resta che guardare ad aspetti altri, come gli indizi disseminati e precisi per andare a riprendere l’inizio della saga, quando Charlton Heston precipita sul Pianeta Terra e trova un mondo che non s’immagina. Perché la chiusura sul paesaggio idilliaco del lago ben si collega alla realtà pacifica descritta da Schaffner. Proprio in questo finale atteso ci si accorge, però, di un’astuzia intrigante che si insinua nel titolo e serpeggia in tutto il film: la guerra, che tanta parte ha nei discorsi, in realtà, non è altro che la battaglia finale e definitiva dell’uomo contro l’uomo, anzi, dell’uomo contro se stesso, dopo che gli eccessi della scienza hanno portato ad un annientamento virale e alla sua disumanizzazione. La guerra appare, semplicemente, come l’ultimo atto di un gesto disperato e folle e più che mai consapevole da parte del Colonnello, di cui le scimmie sono in parte attori e in parte spettatori.

 

 

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