52997Il segno che resta di The Woman Who Left è la smaterializzazione progressiva della sua eroina, il suo progressivo disperdersi nella sofferenza collettiva, nella miseria circostante. Horacia nasce al film nel perimetro della prigione in cui è stata ingiustamente rinchiusa per trent’anni, accusata di un omicidio che non ha commesso. E nasce come figura della memoria, come maestra di vita e di sapere e come figura della narrazione che proviene dal passato. La sua astrazione del tempo della realtà è piuttosto la materializzazione nel tempo del ricordare i vissuti, i dati su cui la realtà – la Storia e la Natura – si basano. Lav Diaz stigmatizza Horacia in una messianicità al contrario, sospesa non sul suo avvento, ma sulla sua sparizione: al mondo, ai familiari, al suo stesso nemico, Rodrigo, potente da manuale che l’ha fatta accusare ingiustamente per vendicarsi dell’amore negatogli da lei, andata invece in sposa all’uomo che amava.

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Liberandola da questa condizione, Lav Diaz la getta in un mondo che non le appartiene più, la reincarna in una sorta di doppio corpo androgino e in qualche modo ubiquo, quello di Horacia/Renata, che diventa la materializzazione del dissidio stesso dell’animo umano, la reificazione del chiaroscuro offerto alla dignità umana: è donna e uomo (il velo della preghiera in testa di mattina, berretto e camicia muscolari di notte), povera e ricca (ha una generosità caritatevole e si trascina come un diseredato), fragile e forte, vendicativa e mite… La sua vera libertà è quella di scegliere se perdonare Rodrigo o vendicarsi di lui, se appostarsi di notte davanti alla sua porta o attraversare le strade aiutando i bisognosi. Del resto Lav Diaz costruisce su di lei la tessitura classica del melodramma, il duplice percorso di condanna e redenzione, la sventura dell’agnizione e della sparizione: il motore delle sue azioni nel mondo libero è da un lato di vendetta ma dall’altro di ricerca del figlio Junior, che ha incarnato in sé, volontariamente, lo stesso destino di sparizione della madre, tornata al mondo segretamente, senza che nessuno, se non la sua famiglia, lo sapesse. The Woman Who Left è insomma un’opera in cui Lav Diaz lavora esattamente sulla smaterializzazione del mito melodrammatico, sulla sua dissoluzione, sulla disincarnazione della soffferenza nel suo opposto. Questo è un film di figure ambigue, di uomini/donna dispersi nella notte tanto quanto nel giorno. La narrazione scivola nelle sue quattro ore e oltre seguendo il percorso di una donna fatalmente destinata a non incarnare nessuna delle sue due istanze fondamentali, né la vendetta (che non ricadrà sulla sua mano) né il ritrovamento della carne della sua carne, quel suo doppio che è il figlio scomparso nel nulla. Horacia resterà, nel formidabile finale, come un’anima in pena, ritta in mezzo alla strada cosparsa dei volantini in cui chiede notizie di Junior. Immobile e statuaria nella sua sconfitta, al centro di un’inquadratura che, di certo incongruamente, continua a riecheggiare in assonanza con quella di Quarto potere: le casse coi resti di Xanadu, storia di figli perduti, di verità mancate, di uomini divisi nella loro coscienza…

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