truman23Lo sguardo rohmeriano – che si respira nella nitidezza delle inquadrature, nella rappresentazione di corpi che si sfiorano incontrandosi e lasciandosi, nella flagranza e discrezione del di-segno dei sentimenti e delle relazioni – Cesc Gay lo manifesta con l’amore sincero di chi non dichiara (eventuali punti di riferimento) ma lascia intuire (analogie filmiche e rintocchi di storia del cinema) all’interno di un percorso creativo intimamente personale. Truman (con sottotitolo italiano troppo esplicativo e didascalico, Un vero amico è per sempre, che stona pensando alle sfumature narrative e visive distribuite nelle scene con la limpidezza di un corso d’acqua che le bagna e mai le costringe in un’unica dimensione) conferma la poetica di un autore al tempo stesso impalpabile e concreto, amante tanto della luminosità esteriore e interiore posseduta dai personaggi, dai loro corpi, quanto di quella che possono esprimere le parole, i dialoghi quando sono resi materia viva, pulsante, flusso credibile di pensieri, umori, disagi – come si nota anche in un altro recente magnifico testo, Mistress America di Noah Baumbach. Conferma, Truman, perché esiste un filo rosso tra questa commedia esistenziale sospesa tra la vita, la morte e un altrove da immaginare come possibile luogo dove ri-trovarsi ri-creando una comunità, e altre opere del cineasta catalano altrettanto immerse nella ronde delle relazioni sentimentali, del desiderio e del dolore, del sesso e della separazione, della solitudine e della condivisione di esperienze: Krámpack (2000), il film che fece scoprire il talento di Cesc Gay; l’opera corale En la ciudad (2003), riflessa sulle superfici e le vetrate di appartamenti e terrazze; e quella ambientata in una campagna speculare alla città, Ficció (2006), dove ri-avviare le dinamiche di un cinema che ascolta e filma partecipe i passi dell’in/stabilità quotidiana.

 

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Comincia con un breve prologo in Canada, Truman, dove Tomás (Javier Cámara) vive con la famiglia. Gay dà accenni, scrive per sottrazione, filma una partenza silenziosa immersa nel sonno e nella neve. Destinazione Madrid. Dove Tomás rimarrà per quattro giorni, visitando l’amico del cuore Julián (l’attore argentino Ricardo Darín). Separato dalla moglie, abita in un appartamento con l’inseparabile cane Truman, la sua carriera di attore teatrale sta finendo, è malato terminale e decide di non curarsi più per non soffrire inutilmente, visto che i trattamenti medici non servirebbero a nulla. Gay lascia fuori campo qualsiasi stereotipo e costruisce un film buddy buddy, denso di umorismo trattenuto eppure esplosivo, come trattenuta e mirabilmente giocata sulla immobilità dei volti è la recitazione di Cámara e Darín. Fra Tomás e Julián, fra loro e Paula (l’argentina Dolores Fonzi, intensa nella sua sensualità erotica), cugina di Julián, e fra la donna e l’amico tornato dal Canada, fra loro tre e personaggi di secondo piano, e fra i due amici e il figlio di Julián che vive a Amsterdam e riceve la loro visita inattesa, sono i piccoli grandi gesti, che talvolta costano fatica e che esprimono complicità là dove le parole rischierebbero il malinteso, a intessere sentimenti indelebili: l’abbraccio tra il padre e il figlio; la mano nella mano, nel buio di una stanza d’albergo, tra i due amici; le risate, le carezze, le lacrime… E a suggerire l’amore impossibile nel corso del tempo fra Tomás e Paula, “che si comprendono e stanno così bene insieme”, dice di loro Julián. Per nulla sorpreso, anzi felice, di vederli uscire insieme dall’hotel. La loro notte di sesso è stata naturale, intreccio di desiderio, piacere e dolore, e del pianto finale di lui a letto, ancora corpo accanto a corpo, viso accanto a viso. Truman e il cinema di Cesc Gay sono abitati da queste flagranze, che sorgono da una scrittura filmica cesellata e controllata in ogni dettaglio, che la leggerezza del tocco riesce a far scomparire.

 

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