5633852a1c00007700571037Tutto è cambiato quando l’informazione è passata da essere un dovere di ogni emittente televisiva a strumento per moltiplicare le inserzioni pubblicitarie. Da quel momento anche i telegiornali e i programmi di approfondimento giornalistico hanno smesso di cercare la verità e si sono messi a inseguire l’audience. Bisogna aspettare quasi la fine di Truth – Il prezzo della verità per arrivare al nocciolo della questione di un film che sembra ispirarsi nella forma, nel ritmo, nella scelta cromatica e nelle parole, al cinema d’inchiesta di molti anni fa, severi, sobri, non particolarmente attraenti eppure profondamente solidi. E questa è l’impressione che si ricava anche dalla visione dell’opera prima di James Vanderbilt, sceneggiatore di mestiere (Zodiac, ma anche The Amazing Spider Man), che in questo suo debutto dietro la macchina da presa sembra fare una scelta netta a favore di un’idea e del messaggio che ne consegue.  Ecco perché Truth non è un film di denuncia, ma di riflessione. Non ha bisogno di cavalcare la notizia, ma intende mostrare i destini di chi ha scelto di cercare la verità nelle notizie. E così, in un meccanismo di incessante rispecchiamento, si entra come fosse un’autopsia, dentro le molte fasi della creazione di un programma (che sembrano quelle della creazione di un film come questo), fino al processo inverso, della sua disgregazione. Un doppio percorso che serve a chiarire quale sia la natura della verità negli occhi di chi la persegue: imprendibile, indefinibile, sfuggente, ma anche inutile e talvolta ingombrante, ma imprescindibile.
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Quindi, se si dimostra che il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush non è stato un eroe di guerra né, tantomeno, un soldato corretto, ma che ha chiesto e ottenuto favoritismi per non essere spedito in Vietnam (e non doversi neppure sottoporre alle esercitazioni previste dalla leva), all’improvviso la verità va in secondo piano a favore dell’esame di metodi e motivazioni che avrebbero portato la squadra di giornalisti di 60 Minutes fino a questo punto. Dice bene alla fine Mary Mapes nel suo monologo di rabbia e ribellione, quando accusa la commissione della CBS che deve giudicare il suo operato, di non essere interessati ai fatti. Il sistema è corrotto e forte, e l’opinione degli elettori (siamo in piena camows_144624773498247pagna elettorale per la rielezione di Bush) è facilmente gestibile proprio grazie alla moltiplicazione dell’informazione, a Internet, i blog, le opinioni, le smentite, le minuzie interpretative, la facilità della manipolazione, la debolezza dell’opinione stessa e la deriva cui essa porta. Mary Mapes, sul cui libro (Truth and Duty: The Press, The President and the Privilege of Power) si basa la strutturata sceneggiatura di Vanderblit, era reduce da un’inchiesta che scoprì le torture di Abu Grahibe un’indagine, mai portata a termine, sui rapporti economici tra la famiglia Bush e la famiglia Bin Laden. È ricco di considerazioni questo film, semplice, a tratti anche prevedibile, eppure capace di coinvolgere lo spettatore in un discorso che va oltre se stesso, che mette in primo piano il il drammatico intrigo degli assetti societari a capo degli organi di informazione, da cui deriva, tra le altre sciagure, la mancanza di coraggio degli editori e la collusione con il potere politico. Un film serio, quindi, questo Truth, e severo, in cui il mondo di 12 anni fa (la vicenda è ambientata nel 2004) ci sembra lontano e antico, ma da cui abbiamo purtroppo ereditato quel brusio in cui le informazioni si disperdono, l’attenzione critica si distrae e il dibattito non genera altro che parole ripetute, mentre avremmo dovuto ereditare la lealtà, la coerenza e l’attenzione.

 

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