Venezia 75 – Guardare in faccia il lato più oscuro della politica statunitense: American Dharma di Erroll Morris

Fa impressione, in un festival del Cinema, vedere a distanza di poche ore due film speculari e complementari come Monrovia, Indiana di Frederick Wiseman e American Dharma di Erroll Morris. Due tra i più grandi documentaristi americani che affrontano, in maniera personale, la tempesta in corso nella politica americana. Se Wiseman osserva con partecipe distacco le mutazioni sociali e culturali del paese osservando una piccola comunità del Midwest per cogliere, nei gesti rituali di una società, i germi di un cambiamento, Morris prende il toro per le corna e confeziona un film-intervista con Steve Bannon, ideologo della nuova destra americana, consigliere prima coccolato e poi allontanato dall’amministrazione Trump. Il dharma, nella cultura orientale, è un termine sanscrito dalla sfumata intraducibilità: abbraccia il senso dell’obbligo, della legge, del fato. Bannon, all’inizio di American Dharma, lo descrive come un crocevia di senso che investe destino, fede, dovere: parole d’ordine attorno alle quali si condensa l’ideologia più profonda del neo-conservatorismo a stelle e strisce, quello che ha scelto Trump come opposizione quasi parossistica al vecchio sistema di potere, quella che si scaglia contro la vecchia élite in un’ossessione populista fatta di slogan e odio verso l’altro, che nasce dai Tea Party e arriva alle derive xenofobe e razziste così diffuse nel mondo contemporaneo delle nuove destre.

 

 

Morris struttura il film al suo solito: un faccia a faccia che, più che a un’intervista, assomiglia a un confronto/scontro, a un match fisico oltre che dialettico, capace di sollevare questioni di immaginario pronte a sovrapporsi all’agone politico. Era stato così con Robert MacNamara in The Fog of War e con Donald Rumsfeld in The Unknown Known; dovrebbe essere così anche con Bannon in American Dharma, ma qualcosa cambia e muta le regole di ingaggio. I due si conoscono e, in un modo diagonale e inclassificabile, si stimano. Bannon ama i film di Morris e lo rispetta come cineasta; Morris riconosce a Bannon un’intelligenza intuitiva fuori dal comune, messa in pratica perseguendo obiettivi deprecabili. Mentre la relazione con MacNamara e, in parte, anche con Rumsfeld passava da una storicizzazione dei protagonisti e dei fatti raccontati, l’intervista (e la relazione culturale) con Bannon tocca corde ben vive e affacciate sul presente. Morris sceglie di utilizzare, per riguadagnare una necessaria distanza, un filtro culturale e più strettamente cinematografico: il film è disseminato di citazioni da Welles (Falstaff), Ford (Sentieri selvaggi), Kubrick (Orizzonti di gloria) ed è ambientato – letteralmente – in una replica della base militare al centro di Cielo di fuoco di Henry King, interpretato da Gregory Peck nella parte di un cinico e inflessibile militare in cui Bannon si identifica ciclicamente. Il continuo stuzzicarsi – e i continui riferimenti culturali – tra i due duellanti crea un clima di disomogenea empatia, un riconoscersi e rifiutarsi che alza il livello emotivo dello scontro. Morris, solitamente imperturbabile di fronte agli interlocutori e alla loro ricostruzione della Storia, qui si incaglia in chi contrappone alla sua razionalità una visione del mondo cinica e distruttiva, tanto nichilista quanto vincente. Morris, insomma, è coinvolto e perde il senso della giusta distanza, ammette una prevenzione, accenna a una paura, entra in crisi. E proprio in quella crisi, in quella messa in scacco del dispositivo filmico, che si nasconde il cuore pulsante di American Dharma, il suo rivelarsi come monumento di crisi e ammissione di imparzialità. Bannon chiede a Morris, in tono sinceramente stupito e apertamente provocatorio, come avesse fatto a votare Hillary Clinton; Morris ribatte, quasi urlando, di averlo fatto per paura: paura di lui e dell’ideologia che rappresenta. Nel sorriso soddisfatto di Bannon si coglie lo scacco politico, ancora più esplicito che nei commenti e nelle chiose – deliranti eppur concretissimi – ai recenti stravolgimenti della società americana: un ghigno compiaciuto nel presagire una catastrofe a cui si vuole contribuire attivamente e consapevolmente, con una foga luciferina che traspare anche nelle citazioni del Paradiso perduto di Milton, a donare un afflato quasi metafisico al piano globale dei neo-con più radicali. Una bruciante febbre nichilista di distruzione simbolizzata nel rogo finale, che manda in cenere il set del film e si appresta a infiammare l’America tutta. American Dharma è, in fondo, un magnifico e inquietante documentario horror, che osa guardare in faccia il lato più oscuro della politica statunitense (e non solo), ammettendo e cercando così di esorcizzare le proprie più grandi paure.