“Un film intimo sull’universo femminile”, nella dichiarazione che lo ha accompagnato Fuori Concorso alla Mostra di Venezia: ma innanzitutto, La quietud, nono lungometraggio di Pablo Trapero, è la storia di una famiglia, come quella de Il clan che tanta fortuna aveva procurato al regista argentino sempre al Lido nel 2015. Un nucleo apparentemente solido, chiuso quel tanto che basta da permettere la tessitura di una fitta trama di relazioni che ruotano attorno alle due figlie/sorelle, Eugenia e Mia: due donne unite da un legame tanto stretto quanto aperto a contaminazioni di ruoli, tra amanti e fidanzati che l’una ruba all’altra, morboso nell’erotismo condiviso che in più occasioni lascia suggerire (senza mai esplicitare fino in fondo) l’ombra dell’incesto (poi allargato un po’ a tutti i familiari), mentre l’anziana madre Esmeralda sembra sopportare e al contempo tessere le fila di tutte le macchinazioni affettive con la sua aria da diva d’altri tempi. Il complesso ricettacolo di contaminazioni fra il “dentro” e il “fuori” il nucleo è abbracciato da Trapero con la stessa empatia destabilizzante dei precedenti lavori, provoca ma nel complesso cerca di farci entrare nel particolare mood psicologico dei personaggi, non si limita a osservarli, ma partecipa delle loro emozioni.

La riunione familiare, provocata dall’ictus che ha colpito il padre, trasmette così un’inquieta euforia dei corpi, e solo quando cattura lo spettatore nella sua rete assesta il colpo del secondo livello, quello della Storia argentina il cui passato dittatoriale si rivelerà intimamente legato ai destini dei personaggi. Un cinema pertanto politico, ma capace di articolare le sue ragioni attraverso una chiave personale, e una messinscena fluttuante e liquida, complici i piani sequenza e un certo afflato “scorsesiano” nella costruzione delle scene. E se nel Clan emergeva il dualismo inquietante del capofamiglia, qui la costruzione si configura per l’assenza del burattinaio, ridotto a un corpo morto, in contrapposizione a quelli vitalissimi delle figlie. Al contrario è la decadenza arcaica della madre (una fantastica Graciela Borges) a riflettersi nella precarietà degli equilibri incarnati dalla casa stessa, ambiente labirintico, opulento ma anche fantasma di un più glorioso passato, ben evidenziato dai continui blackout delle luci nelle stanze. Di concerto arriva il lavoro con (e sugli) attori, sempre in grado di trasmettere un’idea duale: la Eugene di Berenice Bejo – che recita in spagnolo e aggiunge così un’altra lingua al già ricco parterre di ruoli che l’hanno portata dalla Francia, all’America, all’Italia – è l’elemento destabilizzante, estraneo, quella che vive in Francia, ma è il vero cuore pulsante e il corpo ambito da quasi tutti i protagonisti. Al contrario Mia, che ha la fisicità più piena di Martina Gusman (compagna del regista) è la figura a latere sebbene centralissima nella triangolazione fra padre, madre e sorella. Tutto questo delinea un film di apparenze e verità mutevoli, che distrugge i ruoli consolidati per far emergere le verità sepolte nella vita e nella Storia, in una progressione quasi thriller che vuole smascherare le ipocrisie della società, ma allo stesso tempo non cede di un millimetro rispetto alla natura complessa degli affetti: fino all’ultima inquadratura in cui l’empatia e l’inquietudine disegnano il particolarissimo lieto fine al femminile voluto dal regista.

 

 

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