L’appuntamento dell’opera terza per Florian Henckel von Donnersmarck ha il gravoso compito di far dimenticare lo scivolone del precedente The Tourist, confermando quanto di buono si era invece visto con l’esordio de Le vite degli altri. Sarà anche per questo che l’autore torna a girare in Germania, con un dramma di oltre tre ore, che segue i suoi personaggi lungo un trentennio: si parte così dagli albori della Seconda guerra mondiale, quando il protagonista Kurt Barnet è folgorato sulla strada dei pittori d’avanguardia, all’epoca considerati fautori di “arte deviata” per il nazismo, e solo dopo il conflitto riesce a trovare il modo di frequentare gli studi d’arte. Peccato che nel frattempo la sua Dresda sia ormai parte della DDR, dove è ammesso solo il “realismo socialista” nelle accademie. La fuga nell’Ovest, poco prima della costruzione del Muro, potrà forse permettergli di immergersi davvero nelle ricerche inseguite per una vita. Nel frattempo il racconto segue anche la nascita e lo sviluppo della sua storia d’amore con Ellie Seeband, figlia peraltro del ginecologo nazista che ha scampato la prigione e il cui passato si è già intrecciato con quello dell’ignaro Kurt.

Con queste carte in mano, il regista tedesco conferma la predilezione per racconti che cercano la verità della vita al di là degli schemi imposti dalla società e, soprattutto, dalla Storia. Lo fa opponendo allo schematismo dogmatico degli apparati dittatoriali una ricerca di libertà che fa rima con afflato creativo da parte dei giovani protagonisti, in quella zona in cui estro e follia a tratti si toccano, con tutto il precipitato destabilizzante che ne deriva. Lo sguardo manifesta in tal modo una tenerezza palpabile nell’espressione della sessualità e del nudo, portato in scena con la naturalezza della verità, in parallelo al rigido rituale della “vestizione” espresso dai costumi d’epoca (le divise naziste, quelle socialiste, quelle mediche, persino il vestito che Kurt ottiene dalla moglie e che decide di “non togliere più”). Merito anche dell’affiatamento degli attori, dal febbrile Tom Schilling alla radiosa Paula Beer, che riescono a muoversi con scioltezza fra i registri e le epoche attraversate in modo labirintico dalla vicenda. Così, la dolcezza dell’incedere trascina bene la prima parte del racconto, salvo poi disperdersi nel travaglio della ricerca che Kurt intraprende nella seconda, sulle possibilità che l’arte gli offre di riprodurre la verità insita nel mondo: obbedire alla verità oggettiva imposta dallo sguardo e dai meccanismi di riproduzione fotografici o cedere all’afflato interiore e all’interpretazione soggettiva? La disquisizione che ne segue entra nei gangli delle scelte cui ogni artista deve soggiacere e cerca di portare la rottura degli schematismi ai livelli teorici sintetizzati dal titolo “opera senza autore”. Le categorie risultano però un po’ logore, in un’opera che sembra arrivare troppo tardi, un po’ come il suo protagonista che sogna un lavoro di pittore in un’epoca che sembra concentrarsi su altre arti. Restano nell’aria alcuni spunti notevoli come la natura mutevole e trasformista del Male che continua a esercitare il proprio potere attraverso le epoche e i regimi, con l’arte che la sintetizza nelle pieghe, lì dove conviene cercare gli aspetti più interessanti del lavoro di Henckel von Donnersmarck, al di là delle velleità espresse in primo piano.

 

 

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