Non è la prima volta che Mario Martone porta al cinema i soggetti affrontati sul palcoscenico, e non è la prima volta che il progetto teatrale acquista sul grande schermo una fisicità che il teatro suggeriva con prepotenza. Così è ora per Il sindaco del Rione Sanità (in Concorso)nato dall’allestimento della commedia di Eduardo del 1960, ma adattato ai giorni nostri, alla criminalità dei giovani napoletani che scorrazzano oggi per le strade. E lungo una strada tutto ha inizio: due amici\rivali si contendono lo stesso lavoro, si sfidano a duello e uno finisce ferito. Che fare? Si corre in cima al Vesuvio, residenza estiva di Don Antonio Barracano dove un medico può ricucirlo. Ecco enunciato tutto il movimento del film, una sorta di rituale ascendente di giovanotti bisognosi di aiuto nel risolvere questioni di principio o di soldi. L’autorità, incarnata da un capo della camorra che tiene a bada i suoi cani (e il veloce prologo notturno con il cane di don Antonio, Malavita, che ne attacca la moglie è quanto mai illuminante), servito e onorato in una casa che è simbolo di famiglia, con tutta la violenza che può annidarsi al suo interno.

Tutto ciò che a teatro è evocato, al cinema si vede, e Martone sceglie di esaltarlo mostrando le cuciture stesse dell’adattamento. E così le parole di Eduardo entrano in quella casa barocca, pronunciate da sgherri in abiti scuri, che, come dice il medico, girano a vuoto, giorno dopo giorno, imbrigliati dentro gesti teatrali, tanto esasperati da farsi ancor più veri e vibranti e ben si allineano al rap napoletano di inizio e fine. Proprio la figura del medico è segno del conflitto esistenziale e morale di cui il film rende conto, come fosse esso stesso la linea di demarcazione tra lecito e illecito, bene e male. Ai due lati opposti ci stanno Barracano e Arturo Santaniello, panettiere onesto, ma in conflitto con il figlio, che a don Antonio si rivolge per rivendicare l’eredità cui dice di avere diritto. Due mondi, uno di fronte all’altro, si sfidano ai piedi del Vesuvio, segno forte di una indomabile precarietà, il senso di una vita che sta per sfuggire di mano ai protagonisti. Il paradosso eduardiano trova nel cinema di Martone l’esatta casa, come se fosse stato scritto per la Napoli di oggi, i ritmi frenetici di una contemporaneità in guerra con se stessa e ha inscritte nel proprio esistere le cicatrici arcaiche del passato. Il confronto tra ieri e oggi è, per il regista napoletano, passo obbligato. Ma è anche continuità e lo scontro materia prima di una Napoli da sempre teatro di guerra.

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