Il 3 aprile 2016 è stato un giorno capitale – e a suo modo funesto – per la finanza mondiale: in quella data fu pubblicato il primo rapporto sui Panama Papers, un enorme fascicolo di documenti segreti che mostrò, grazie a una fuga di notizie partita da un fantomatico studio di consulenza finanziaria panamense, il Mossack Fonseca, le storture della grande finanza internazionale, i trucchi delle società offshore, le modalità di riciclaggio di denaro sporco, i legami sul crinale della legalità tra profitto monetario e immoralità societarie. E sono proprio i due titolari dello studio, il tedesco Jürgen Mossack e il panamense Ramon Fonseca (interpretati con goliardia accentuata e accenti da vaudeville da Gary Oldman e Antonio Banderas), a fare da porta di ingresso di The Laundromat, il nuovo film di Steven Soderbergh prodotto da Netflix, accompagnandoci in una lunga scena destinata a tramutarsi in filo conduttore, e raccontandoci – con una rottura della quarta parete che rimanda più a La grande scommessa di Adam McKay, che descriveva la crisi di Wall Street del 2008 con acida ironia, che allo straniamento teatrale brechtiano – la storia del denaro, tra stupore di uomini primitivi e promesse di futura felicità. The Laundromat, tratto da un libro-inchiesta di Jake Burnstein, tratta quindi una storia drammatica e inquietante prediligendo però una modalità farsesca, una narrazione da avanspettacolo che fa da cornice esplicativa allo svolgersi degli eventi.

Al centro del racconto vero e proprio c’è Ellen Martin (una Meryl Streep sorniona ma sempre sul punto di esplodere), donna che ha perso il marito in un incidente su un battello e che scopre sulla propria pelle una variante di truffa assicurativa che è ormai diventata modalità diffusa: società inesistenti che promettono servizi a basso costo ma che sono controllate da altre società, un gioco di scatole cinesi che viene prosciugato del denaro e che rimane una sequela di gusci vuoti, inservibili e insolvibili di fronte alle vittime dei raggiri. La testardaggine della donna ci porterà fino a Panama, passando per i Caraibi, e descriverà con piglio didascalico l’avidità amorale della grande finanza, la capacità dei soldi di scomparire e riapparire come in un gioco di prestigio, finendo sempre nelle tasche “giuste”. The Laundromat alterna quindi la ricerca di giustizia della vedova Martin alle ilari ricostruzioni dei due faccendieri, mostrando una voluta schizofrenia di tono e di stile. Soderbergh però si lascia prendere sin troppo la mano dalla vena giocosa della sua denuncia, opta per uno stile a tutti i costi digressivo, con variabili stancamente tarantiniane, scivolando dalla storia principale in altre narrazioni/esempi – a loro modo emblematici – fino a forzare la struttura del racconto e finendo per perderne, a volte, il controllo. The Laundromat è onnivoro, ingloba in sé politici corrotti cinesi e miliardari fedifraghi nigeriani, faccendieri caraibici e riciclatori in doppio petto senza scrupoli: una giostra impazzita che vuole denunciare l’assenza di morale del grande capitale ma che per l’eccessivo accumulo – di aneddoti, di parole, di colori, di cameo, di notizie – finisce per essere vagamente stucchevole, fagocitato dai troppi ingredienti, asettico nel suo continuo ammiccare, raffreddato nella sua brillantezza by any means necessary, compiaciuto e autoindulgente nella sua apparente libertà strutturale. Non c’è l’acido (reale e tematico) del The Wolf of Wall Street scorsesiano quanto piuttosto un furore ludico – che, sia chiaro, non sminuisce mai la gravità e la serietà di ciò che si racconta – in cui purtroppo quelli che sembrano divertirsi di più sono proprio Soderbergh e i suoi attori (bravi, certo, ma in perenne e forzato overacting). Il risultato è una pochade politica appassionata quanto altalenante, in troppi momenti zoppa e traballante. Soderbergh certo mette in mostra il proprio talento visivo e ritmato, ma il risultato è ben distante dagli equilibri – di stile e argomenti – di alcuni suoi ultimi lavori: ad esempio il dramma economico generato dalle bolle speculative statunitensi era più evidente, almeno nei suoi effetti più catastrofici, nella disperazione quotidiana del proletariato redneck di La truffa dei Logan o nella corsa disperata verso il successo – personale ma soprattutto economico – degli atleti di High Flying Bird, sempre prodotto da Netflix ma non gratificato né da un uscita in sala né dalla vetrina, così ricca di applausi, di un festival così importante.

 

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