Il corpo in bianco e nero è immancabilmente quello di Ciccio Mira, prosecuzione della storia siciliana del Belluscone, che ritorna a cinque anni di distanza per incarnare l’odierna consapevolezza che La mafia non è più quella di una volta (in Concorso a Venezia 76). Il bianco e nero smacchia le coloriture del presente che Franco Maresco percorre come tempo volgare – nel senso di tempo che appartiene a quel volgo che in gergo giornalistico qualcuno direbbe la pancia del paese, o meglio della sua Palermo. E’ lì che guarda, Maresco, perseguendo la domanda dell’inchiesta (ovviamente buffa) che la sua voce fuori campo, ironicamente stentorea come sempre, pone alla base del suo film: cosa è rimasto di Falcone e Borsellino nella società siciliana, a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio? La tentazione dell’ottimismo la instilla Letizia Battaglia, che insiste a guardare Palermo con la sua macchina fotografica. Assieme a lei, Maresco si reca a vedere come si celebra ufficialmente l’anniversario e scopre una sorta di sagra strapaesana senza dignità e consapevolezza reale: ragazzini colorati che cantano, ballano, fanno selfie, (non) ascoltano discorsi che del resto non badano al senso reale delle parole usate… Letizia volta le spalle e va via, furente; Maresco, fuoricampo, la segue sornione, pronto a fare la sua mossa del cavallo. Se sagra dev’essere, che sagra sia: enter Ciccio Mira! Abbia inizio la cinica commedia in bianco e nero. Location: il quartiere ZEN 2, ovviamente a Palermo. Azione: organizzare un evento di piazza intitolato “Neomelodici per Falcone e Borsellino”. Protagonisti: oltre a Ciccio Mira, manager in scala di grigi, una serie di colorati comprimari che rispondono ai nomi di Matteo Mannino, il suo storico produttore, Cristian Miscel, neomelodico postraumatico dai gorgheggi non troppo limpidi, chitarristi scordati, ballerine attempate…

Organizzazione, prove ed evento sono l’habeas corpus posto in essere da Maresco per innescare il suo film, frammento di surrealtà che mira a superare i vocalizzi neomelodici per ottenere l’ovvio silenzio reticente rispetto al necessario explicit su cui l’intera messa in scena si basa: far dire un chiaro e netto “NO alla mafia” sul palco e nella piazza dello ZEN 2… Mannino, minacciato da qualcuno, suda freddo; Ciccio Mira balbetta scuse; Cristian Miscel proprio non ne vuole sapere: volano i “no comment”. Letizia Battaglia gira le spalle e va via, sfottendo Franco Maresco, il sornione. Il resto diventa ancor più reale o forse surreale. Mannino e Ciccio Mira litigano: il primo lo ritroviamo chiuso in casa che parla alla radio con gli alieni, il secondo intento a riattivare i suoi programmi televisivi con Cristian Miscel e altri artisti; da qualche parte fa capolino Pino Maniaci col microfono di Telejato, malmenato dai palermitani; Letizia Battaglia è raggiante nel suo Centro Internazionale di Fotografia finalmente aperto come luogo per fare cultura; Cristian Miscel lo ritroviamo in un centro diurno di salute mentale. Maresco, dal canto suo, non demorde e fa un giro di vite sulle tonalità di grigio di Ciccio Mira. Rivela che nell’infanzia del suo eroe c’è il ricordo di un padre caposala di un cinema palermitano che conosceva la famiglia Mattarella: una sera d’estate, un danno provocato con l’auto alla villa dei signori, il loro gentile diniego a farsi pagare i danni e gli altrettanto gentili ingressi di favore al cinema per l’intera famiglia. Tutto raccontato in flashback in forma di cartoon, mentre Maresco mette in gioco anche il silenzio del Presidente della Repubblica sulla sentenza del 20 aprile 2018 che ha dimostrato la trattativa Stato-Mafia: “in fondo è un palermitano” dice Ciccio Mira, “e un palermitano, come si sa, non parla”. Dal Quirinale fanno giustamente sapere a stretto giro che “tra le cose che il Presidente della Repubblica non può fare vi è, ovviamente, quella di commentare i processi e le sentenze della Magistratura”. Sul Lido serpeggiano voci di corposi tagli imposti a Maresco nella parte finale del film, sul palco della Sala Grande il produttore Rean Mazzone, che ritira il Premio Speciale della Giuria al posto di Maresco (come sempre assente), fa eco, ribadendo il suo NO: alla mafia? Di sicuro anche, ma nel caso specifico: “a qualsiasi tipo di censura”…

Sin qui i fatti. Su cui Maresco costruisce il suo film: formulazione organica di una distrazione (nel senso di separazione) di fattori sociali, casi umani, fatti reali, silenzi e allusioni, al cui culmine resta un senso di vuoto che non offre ragioni, né rabbia, né ipotesi, né verità… La mafia non è più quella di una volta sembra quasi la dichiarazione di una poetica che ribalta la nostalgia ironica nel bisogno irrealizzabile di realtà. L’impressione che l’ironia abbia preso il posto del cinismo attiene prima di tutto la sfera estetica, figurativa: Franco Maresco si muove nella realtà, la cerca, la provoca, la illude, la disillude, la sfotte e la abbandona, sedotta e ridicolizzata. Il progetto è evidente, ma non lascia campo alla estatica disfunzionalità appartenuta ai tempi di Cinico TV, a quella persecutoria sublimazione del vero nella tempra iconica delle figure mostrate, dei corpi immortalati. Qui la forma “documentaria” involve in se stessa e espone un criterio di ridicolo a rischio di qualunquismo, per quanto ben captato nel suo spirito destrutturato dallo spettatore accorto. Sorge però qualche perplessità sull’approccio a figure come quella di Cristian Miscel, ci si chiede a cosa giovi inscenare i neomelodici per Falcone e Borsellino nello ZEN se non per enunciare quel silenzio che già si conosce. La stessa virata finale a puntare il silenzio istituzionale di Mattarella lascia alquanto straniti. Lo scarto tra documentazione e finzione resta irrisolto proprio nella partecipe distanza dall’esperienza di Letizia Battaglia: che accetta e rifiuta il gioco con altrettanta ironia. Tutto è finto, tutto è vero. E si resta fatalmente ancorati alla persistente scoloritura nei grigi di Ciccio Mira: smacchatura iconica di un corpo cinico che non è più.

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