La fascinazione del delitto e la coltivazione del male, gli immensi spazi vuoti come metafora affascinante del tempo e dello spazio mentale da occupare per Giorgi Meskhi che lavora in una miniera come ingegnere e un giorno casualmente assiste ad un delitto, costituiscono i caratteri essenziali sui quali il giovane regista georgiano Dmitry Mamuliya dà corpo al suo film in concorso nella sezione Orizzonti di Venezia 2019. Da quando Giorgi ha osservato da lontano l’omicidio, la cui vittima si scoprirà essere un famoso calciatore, verrà assalito da un’ossessione per il delitto di cui è stato testimone, ma anche da una improvvisa folgorazione per l’omicidio e gli omicidi appropriandosi dei fascicoli dei criminali per studiarne i tratti essenziali. Giorgi assume la genesi del male come scopo della propria vita. Il film è il racconto di questa interiore mutazione, dell’allontanamento del protagonista dal mondo reale e del lento e inesorabile processo che lo fa portatore di una violenza casuale e quindi ingiusta. The criminal man potrebbe essere definito come un thriller psicologico, un racconto essenziale, che si può riassumere in due righe, un lineare secco e scarno resoconto di una definitiva palingenesi. Meno semplice è raccontare la metamorfosi del personaggio, la sua inguaribile solitudine svincolata da qualsiasi remora morale nella sua acquisita maledizione.

Giorgi, toccato dal male, sente di essere chiamato al compito di serial killer senza causa e senza motivo. È proprio in questa assenza di motivazione, che possa essere rivalsa sociale o vendetta programmata, che il film del giovane regista georgiano gioca le sue carte migliori, riuscendo ad astrarre il personaggio da qualsiasi passione, da qualsiasi emozione che interrompa il ciclo che si è innescato quando qualcosa nella sua mente si è rotta per sempre. La lenta costruzione di questa trasformazione si fa percorso mentale meticoloso e Mamuliya utilizza il tempo del film per scandire la lenta metamorfosi, con l’osservazione dei gesti e l’ascolto dei silenzi. I ritmi lenti della maturazione delle idee e del personaggio assurgono a conseguente criterio narrativo. In questi tempi dilatati che riflettono il tempo interiore del personaggio, Giorgi osserva la vita delle persone con una lucida programmazione che appartiene al disegno, irreversibilmente, impiantato nella sua mente. La consolidata cultura russa ci ha abituato ad assistere a questi percorsi che sono esattamente opposti e uguali a quelli di una ricerca di perfezione. Ciò è accaduto e accade in quella tradizione culturale qui considerata nella sua unitarietà, in quelle fondamenta laddove sono rintracciabili quei (pochi) tratti comuni, quei segni, quelle affinità espressive che funzionano da comune denominatore e tra questi il tema del castigo dopo il peccato in quella eterna e mai cessata lotta del bene contro il male. La rappresentazione del malefico è quindi materia congeniale alla cultura russa in generale e soprattutto al grande romanzo tardo ottocentesco, è congeniale quell’ininterrotto travaglio interiore che aspira comunque all’ascesi verso la purificazione. Il personaggio di Giorgi, pur calato in una modernità che però non muta i temi essenziali e i caratteri ancestrali, proviene da quelle elaborazioni e il suo processo di metamorfosi, sapientemente calato dentro le immagini, proviene da quelle origini, da quel pensiero, da quella specie di inguaribile desiderio di espiazione di una segreta colpa. Il film ci racconta quindi solo la prima parte di questo tragitto, ma la vita del personaggio sembra continuare al di là del film e non è un caso che dopo l’omicidio Giorgi si costituisca, perché, in fondo desidera la punizione, il castigo la purificazione dopo la colpa, tutto espresso nel finale nel metaforico desiderio di rinascita proprio dalla donna che è sicuramente il personaggio più arcaico e originario del film. Mamuliya sa esprimere con i lunghi silenzi e il necessario rallentamento del ritmo narrativo la sacrificale e graduale discesa del suo personaggio verso una sconosciuta oscurità. Il magnifico lavoro condotto sulla fotografia che sembra assorbire la luce, con i suoi toni spenti e la spettralità delle figure, ne costituisce un pregio assoluto. Un film che bandisce ogni spettacolarità, che si annulla nella ricchezza espressiva di un originario diminuendo scenografico, una innata essenzialità che si riflette dai paesaggi, agli interni e che arriva a toccare, con la sua austera semplicità, anche i personaggi. I paesaggi mentali di Giorgi sembrano riflettere quelli della steppa georgiana che Mamuliya sa riprendere con particolare energia espressiva, con una fotografia sgranata che esprime, nella luce postmeridiana dell’imbrunire, l’ansia e la malinconia di una assenza, il vuoto assoluto di punti di riferimento ai quali Giorgi possa ancorare la propria vita alla deriva. È questa coerenza narrativa e di registro utilizzato a fare di The criminal man un film con una precisa idea di fondo che, superando quasi l’impaccio narrativo, ridotto all’osso, si rivolge, invece, nella migliore e più alta tradizione del cinema di quei luoghi, ad un livello profondamente introspettivo. Mamuliya sembra avere raccolto eredità importanti e avere le conoscenze sufficienti e una chiara idea di cinema affinché il già il ricco retaggio possa dare frutto.

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