Milla ha sedici anni, getta sul mondo uno sguardo reso languido dall’azzurro profondissimo dei suoi occhi, mostra le incertezze e gli inciampi tipici dell’adolescenza. Milla però ha qualcosa in più dei compagni della scuola che frequenta: ha un cancro che piano piano la sta uccidendo. I suoi genitori – lo psichiatra Henry e l’ex pianista Anna – la sostengono con dolcezza, cercando di evitare che la malattia possa spegnere l’irruenta vitalità della ragazza; mantengono un’apparenza di quotidianità, usano le armi dell’intelligenza e dell’ironia per provare a tenere la fronte alta davanti al dolore. Nei loro occhi però si legge una ferita, un qualcosa che li consuma e li allontana proprio quando dovrebbero restare uniti. Un giorno per caso Milla incontra Moses, un ventitreenne ripudiato dalla famiglia e con evidenti problemi di droga. Qualcosa scatta in lei, forse un inconscio attaccamento alla vita, una via di fuga dal colto perbenismo dei suoi genitori, una provocazione contro ciò che è considerato giusto e ammissibile, uno schiaffo in faccia al tumore che le impedisce di ipotizzare un futuro. Babyteeth (in Concorso), esordio cinematografico dell’australiana Shannon Murphy, racconta quindi la storia di una malattia mettendo in scena il suo antidoto: l’irruzione di Moses nella vita familiare ha l’effetto di un tornado. Henry e Anna si trovano ad affrontare un capriccio di Milla o il manifestarsi di un primo amore che potrebbe anche essere l’ultimo? Murphy si concentra proprio sui sentimenti nel mettere in scena i tormenti dei suoi protagonisti: cosa provano, cosa immaginano, cosa temono. Moses appare e scompare, assecondando la sua vita randagia; Milla è sempre lì ad aspettarlo, convinta che quel sentimento possa essere la sua unica medicina. Henry intanto è incuriosito da una vicina incinta, rumorosa e sola, che ha un cane che si chiama come lui e che tende a perdersi; Anna cerca, tra uno psicofarmaco e l’altro, di ridare un senso alla propria vita, a chiedersi quanto di lei si sia perso nella sua rinuncia alla musica, cosa la porti a guardare quel pianoforte inutilizzato con un’aria mista di sfida e rassegnazione.

Murphy ci conduce con mano leggera in questo strambo quartetto, regalando ai suoi personaggi umanità e comprensione, rinunciando a ogni moralismo paternalista, rifiutando ogni possibile deriva sentimentalistica. Non c’è spazio per le ovvie digressioni ospedaliere che avrebbero spinto su un pedale ricattatorio: il racconto è tutto nelle interazioni tra i protagonisti, nel loro resistere e cedere alla disperazione, con alti e bassi che rispecchiano l’andamento della malattia di Milla. Alla fine Murphy dipinge il ritratto di una famiglia disfunzionale che sa trovare, nel dolore, una sorta di accettazione reciproca. Moses e le sue storture vengono inglobati nel nucleo familiare perché l’amore di Milla fa crollare ogni prevenzione, ogni chiusura mentale, ogni distanza (sociale, culturale, economica) che il mondo esterno avrebbe imposto. A rendere credibile ed empatico questo bizzarro e multiforme nucleo emotivo c’è la naturalezza degli attori: Eliza Scanlen (già apprezzata nella serie tv Sharp Objects e prossima “piccola donna” per Greta Gerwig) regala a Milla una dolcezza aspra, mai pacificata, mentre Ben Mendelsohn colora il ruolo del padre psichiatra di impercettibili sfumature e dettagli. La scrittura del film è solida e riesce a mantenere un complicato equilibrio – visto il tema – tra commedia e dramma, fino a lasciarsi andare a una liberatoria tensione mélo nella parte finale. Una smaccata esplosione emotiva che ci ricorda – mentre le lacrime impudicamente ci bagnano gli occhi – che, in salute o in malattia, è l’amore tra gli individui l’unica forza per cui, se anche non può cambiare il mondo, vale la pena di combattere con le nostre umili e fragili forze.

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