I Giants del titolo sono i giovani atleti della squadra di baseball in un liceo del North Carolina: ma le loro piccole grandi vicissitudini sono effettivamente il sintomo di una voglia di raccontare un dramma con tutta l’intensità “gigante” dei sentimenti, come vengono vissuti nell’adolescenza. Qui si ritrova la mano di Grear Patterson, un passato da artista visuale, che mette il suo talento a frutto per un indie movie di bella qualità materiale, ma allo stesso tempo pure teorico. Il fulcro della vicenda è dato dalle diverse sorti di due adolescenti: l’uno, Bobby, è la giovane rivelazione, bravissimo sul campo e piacevole agli occhi delle ragazze, anche se alla bella della scuola preferisce una relazione clandestina con l’insoddisfatta moglie del coach. L’altro, Adam, è invece figlio dello stesso allenatore e speranza delusa, incapace di rispettare gli alti standard chiesti dal padre, il quale, dal canto suo, finge di non vedere come gli insuccessi sul diamante si riverberino anche in una situazione familiare allo sbando. Bobby e Adam, estranei sullo schermo, nella vita reale sono fratelli, Ben e Jack Irving, e sulla loro somiglianza si gioca la dinamica di riconoscimenti e inganni con cui Patterson illustra le varie dinamiche fra i personaggi. Il film diventa così una ricognizione tra la realtà fattuale e quella che ogni ragazzo (e adulto) si costruisce attraverso inganni, relazioni clandestine, il desiderio o anche soltanto l’illusione di ciò che si vorrebbe, contrapposto alle mire più taglienti della sorte.

Sebbene l’impianto generale possa far pensare a certe opere di Gus Van Sant (si pensi a Elephant o Paranoid Park), o al sottovalutato Palo Alto di Gia Coppola, Patterson riesce a trovare una propria specificità nel modo in cui modula le istanze teoriche più “universali”, utili a ritrarre una disillusione diffusa, con la sincerità dei suoi personaggi, perennemente alla ricerca di un momento felice, ma allo stesso tempo attraversati da un’inerzia dell’esistere in un mondo che sembra già aver deciso per loro. Il movimento interno della storia diventa così una contrapposizione continua fra il sistema di regole che ingabbia ogni figura e la lotta per dribblarne i codici, sull’impianto fornito da un stile visivo alquanto “liquido” nella sua capacità di scontornare le figure, in perfetta contrapposizione alla fisicità pressante degli interpreti. In particolare, se l’attenzione generale è catturata dai due fratelli Irving, si staglia in modo molto netto Gabe Fazio, che regala al suo coach una forza espressiva dirompente, unita però a una sostanziale assenza dal concreto, concentrato com’è nelle sue illusioni e per questo sostanzialmente ignorato da chiunque lo circondi, siano essi gli atleti o i familiari. Il tutto conduce a un climax finale, in sé alquanto annunciato, iconograficamente meno riuscito di tutta la precedente attesa, ma comunque “giusto” nell’economia generale della vicenda e che sottolinea la doppia natura dell’operazione: da un lato reimmersione nella funzionalità di un teen drama classico, che sembra ancora avere la capacità di far immedesimare lo spettatore, dall’altro rimodulazione personale, coerente con il percorso artistico dell’autore (che nel suo definirsi “un sopravvissuto” suggerisce anche la possibilità di un’identificazione reale con i fatti raccontati). Presentato a Venezia 76 nella sezione Orizzonti.

 

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