Un film di sparizioni, rivelazioni, ritorni e rinnovate separazioni. Sostanzialmente un film di doppie verità che si intrecciano e creano l’immancabile rete del cinema di Olivier Assayas, in cui la domanda sullo statuto della realtà interroga non solo i personaggi, ma il mondo stesso da cui essi scaturiscono e cui sono destinati: Wasp Network (in Concorso a Venezia 76) è a suo modo il solito oggetto non identificato che attraversa il cinema di Assayas: film di concretezza narrativa assoluta, dotato di una classicità semantica che lo rende mimetico rispetto agli anni ’90 in cui è ambientato, coerente con l’universo da cui scaturisce. In qualche modo un film su commissione, giunto ad Assayas dopo aver realizzato Carlos e destinato a raccontare la storia dei “Cuban Five”, le spie cubane arrestate in Florida nel 1998, infiltrate in territorio americano tra i “balseros” con l’incarico di raccogliere informazioni sulle attività di sabotaggio e terrorismo in territorio cubano organizzate dai gruppi anticastristi. Alla base c’è il libro di Fernando Morais The Last Soldiers of the Cold War, ma il film è tutt’altro che una ricostruzione esterna degli eventi, perché Assayas occulta le verità, dispiega una serie di paraventi narrativi che celano lo sfondo reale e mostrano solo una parte della scena, salvo poi invertire la rotta e mostrare l’ulteriore verità che prima aveva celato. Il perno narrativo resta René Gonzalez, un pilota cubano che un giorno prende il suo aereo e vola verso la Florida, fuggendo dalla Cuba castrista e lasciandosi alle spalle la moglie Olga (Penelope Cruz) e la figlioletta. Un traditore, insomma, ovvero un uomo in cerca della sua libertà, perché la prospettiva imposta da Assayas al film è dettata dai cartelli iniziali, che parlano di Castro come un dittatore: primo di una serie di trompe l’oeil che disorienta lo spettatore, pronto infatti ad essere sconfessato a metà film con una torsione a 180 gradi, un vero e proprio spiegone da serie televisiva anni ’90, in cui viene rivelata la realtà di Gonzalez e degli altri personaggi che abbiamo imparato a conoscere, su tutti il comandante dell’operazione, Gerardo Hernandez (Gael Garcia Bernal) e il colonnello dell’aviazione cubana Juan Pablo Roque.

Wasp Network è un’opera che vive proprio di questi scavalcamenti di campo, che consentono ad Assayas di elaborare un tessuto in cui non è tanto l’ambiguità tipica delle spy story a dettare le regole, quanto l’imposizione di una serie successiva di verità che stratificano ruoli, azioni, conseguenze, funzioni narrative e vitali dei personaggi. Ogni corpo è doppio, ogni figura ha la sua ombra, ma Assayas non allude mai, lascia che sia sempre tutto piano, concreto, vero nella sua apparenza e apparente nella sua verità. E’ il suo immancabile gioco con gli spettri ( Personal Shopper), con la doppiezza dei corpi (da Irma Vep a Sils Maria), con la rivelazione che rivela, ovvero vela di nuovo e ancora e sempre. Però Wasp Network è anche un film in cui l’eroe alla fine resta fedele alla sua linea di base, alla sua idea fondativa, alla natura che ne detta la verità fondamentale. E lo switch, il punto di commutazione del tutto, resta ovviamente l’unica immagine vera, di repertorio, che Assayas utilizza: quella in cui il querido Castro ammette di aver inviato spie in territorio americano, ma stigmatizza ironicamente l’assurdità delle proteste dell’America, il paese che più di qualsiasi altro utilizza lo spionaggio per imporre al mondo i propri interessi…

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