violette-CopyL’emancipazione femminile nelle forme più piene ed estreme. Il percorso di vita di Violette Leduc, secondo Martin Provost,  è un incredibile viaggio al contrario dentro la sopravvivenza, la vita, gli affetti, le parole.  Non poteva essere diversamente se il personaggio protagonista di Violette è una figura tanto contraddittoria e contorta da sembrare fragile e sgradevole al tempo stesso, capace di suscitare sentimenti di ammirazione e ostilità, insistente, caparbia, irrisolta e solitaria. Prima ancora che come scrittrice, Provost si avvicina al suo personaggio a partire dai cortocircuiti di una donna confusa e isolata, dotata di sensibilità eppure dalla vita rozza e agitata. I primi passi li compie, agitati, negli anni della guerra, la povertà di una cittadina di provincia, la prima stesura di un romanzo altrettanto agitato e graffiante, che dice cose coraggiose per un’epoca ancora sorda alle istanze femministe.  Certo, Violette non parla di femminismo, ma della sua vita disarmata, del disamore della madre, di un matrimonio fasullo, del tentativo costante di essere amata, accettata, considerata, fino a diventare goffa, incapace di relazioni, aspra e pungente, senza riuscire più a trattenere il dolore nel cuore. A Parigi le cose non cambiano. Il mercato nero, i pericoli, la durezza di una solitudine che è paura e desiderio. È efficace l’immagine opaca e triste del film, quasi geometrica, nel senso della totale assenza di vita. La guerra, dopo la sua fine, lascia strascichi difficili da dimenticare, gesti divenuti famigliari, che ormai avrebbero perso di senso e di necessità, ma anche oggetti e strade  ottuse e buie, come prive di una meta, di un punto di partenza e di arrivo. Così è descritta anche la protagonista, così si muove caparbia, con le sue parole preziose, ma stretta nei suoi appartamenti angusti e nella ruvida impazienza.

 

 

 

In questo ambiente Violette si è fatta ancora più cupa e ossessiva e scrivere è il suo unico respiro vitale, anche se privo di gioia. L’incontro con Simone de Beauvoir acuisce il dolore, che si mescola ad un groviglio di sentimenti impossibili da dire. Basti osservare il suo vagare disordinato, randagio e nestatic.epd-filmrvoso. Non c’è pace per questa donna incompresa (forse anche incomprensibile), che vive misteriosamente ma si spoglia con spietato candore nelle pagine dei suoi libri. Gli intellettuali del tempo sono solo nominati (Sartre, Genet, Camus), mentre lo sguardo sfiora l’ambiente parigino di frivolezze e intemperanze. Segno crudele dello iato che separa Violette dagli uomini che frequenta, in lotta com’è con se stessa, arrabbiata e inappagabile. Non una biografia nel senso tradizionale del termine, ma neppure un film completamente libero dagli schemi, soprattutto formali, del biopic. Una sorta di ibrido che non asseconda le intenzioni di ribellione e anticonformismo cui tenderebbe all’inizio. Nel suo vano cercare, Violette gira su se stessa. Oppure è lo sguardo su di lei che si fa opprimente. Come a voler trattenere, per eccesso di linearità, la personalità forte e adirata della protagonista, chiudendola dentro un cerchio ripetitivo e senza sviluppi.

 

 

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