Il set contiene l’ombra e i corpi la scolpiscono, statuari e anestetizzati al dolore inferto dai tagli di luce da cui emergono. Rieccolo il magnifico cinema di Pedro Costa, fusione di verità e visione, reincarnato nella presenza scenica di Vitalina Varela, inconfutabile Pardo d’Oro a Locarno 72. Vitalina è figura reale e attoriale, che transita tra vita, cast e narrazione, in discendenza diretta da Cavalo Dinheiro assieme a Ventura. Lui qui è a latere, un prete ubriacone screditato dalla solitudine della sua fede, mentre lei è la statuaria presenza eponima che sta al centro di questa storia di un ricongiungimento mancato, quasi un mèlo che cade a corpo morto sul fuoricampo dei diseredati. Vitalina è una sorta di revenant che giunge a Lisbona da Capo Verde col carico del suo risentimento: scende dall’aereo (in una stupenda scena che sembra un incrocio tra Casablanca e un film di Val Lewton) accolta dalle anime in pena degli addetti alle pulizie. Sono loro ad introdurla nell’ade del barrio in cui è vissuto Joaquim, l’uomo che Vitalina ha sposato quarant’anni prima: è morto e già sepolto e a lei, che per otre 25 anni ha aspettato di prendere quell’aereo e ritrovarlo, non resta che recarsi nella casa appartenuta a lui, prendere possesso delle spoglie terrestri della disperazione vissuta dal suo uomo in quella tenace distanza.

Il rancore dettato dalla lontananza, la rabbia per l’abbandono, il livore per il tardo ricongiungimento, i ricordi affranti di una vita trascorsa nell’attesa del ritorno di Joaquim a Capo Verde, dove lui e Vitalina avevano costruito con le loro mani una grande dimora: altra cosa dall’oscura casa in cui l’uomo ha vissuto a Lisbona, quel barrio dove ora Vitalina staziona testarda, incrociando il pianto del vecchio e solo sacerdote e le narrazioni della vita portoghese di Joaquim fatte dal giovane amico che s’è preso cura di lui negli anni terminali della malattia. Vitalina Varela è un film di vendetta, ammette Pedro Costa in conferenza stampa a Locarno, perché è un film in cui questa donna rivendica gli anni di solitudine e di attesa, che l’hanno resa quella che è, amara e forte, come fosse la Vienna di Johnny Guitar… E, del resto, questo è ancora una volta un film in cui la stanca pulsione vitale della sopravvivenza si incarna nella narrazione identitaria, nella posa in opera di un vissuto eponimo, che trasfonde il sangue della donna Vitalina (la sua storia vera, qui sostanzialmente raccontata) nella narrazione di un universo disincarnato nella plasticità filmica più pura: la profondità dell’ombra, le pennellate dei colori che creano uno spessore visivo, la sonorità di un reale che è meno realistico di No quarto da Vanda, più plastico e evocativo, ma non meno autentico. Il fatto stesso che il film sia stato girato in gran parte nei locali di un vecchio cinema di quartiere, in cui Pedro Costa ha ricostruito Fontainhas, lo slum capoverdiano di Lisbona raccontato nei suoi film, rende teoricamente l’idea di un’opera che tiene fede a un dispendio di energie filmiche a suo modo sontuoso, a una forza della messa in scena che attinge alla nobiltà del vero per cantare il più autentico senso plastico dell’umanità. Le lacrime che solcano il volto di Vitalina mentre racconta la sua storia con Joaquim sono la traccia di quel rapporto tra l’identità e il dolore che è fondativo dei personaggi di Pedro Costa. Il loro stesso discendere da un’unica matrice lontana, la Casa de lava capoverdiana, assume il valore di un rapporto estraniato con lo spazio che percorrono come zombi. Vitalina Varela conferma una volta di più che Pedro Costa fa un cinema che esalta la propria natura più arcana, il bisogno di attingere a corpi e spazi reali per definire il rapporto mancato con il tempo dell’esserci. E la potenza iconica di Vitalina Varela, la sua sontuosa e semplice presenza, sono la prova di un cinema che ha nella verità la sua ragione d’essere.

 

© Samuel Golay / Locarno Film Festival

 

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