off_wirsinddieflut_03simon-vu_anna-wendtA Windholm, sul Mar Baltico, si verifica un’anomalia geofisica inspiegabile: la marea interrompe il suo flusso ciclico e puntuale, il mare abbandona la costa lasciando scoperta una vasta area sabbiosa e umida su cui aleggia un’atmosfera soprannaturale. L’acqua porta via con sé tutti i bambini della cittadina tedesca, spariti nel nulla senza lasciar traccia, cancellando in un istante il futuro di una generazione e con essa sogni e speranze degli abitanti. A quindici anni dall’evento misterioso, lo studente Micha è interessato a dare una svolta alle indagini scientifiche sul fenomeno, e si reca sulla costa con l’amica Jana per raccogliere nuovi dati e scoprire le ragioni di un evento tanto strano quanto inquietante. Il film di Sebastian Hilger, We are the tide, in concorso al 34. Torino Film Festival, è tutto giocato su assenze e separazioni, distacchi e vuoti che infondono alla storia un sentimento quasi malsano e di costante attesa, di sguardi puntati verso l’orizzonte. Tutto nel film è affetto da mancanze: mentre l’oceano ha abbandonato la costa, e i bambini le proprie famiglie, anche i rapporti umani vanno alla deriva, contaminati da questa sottrazione fisica. Dal vuoto emotivo degli abitanti di Windholm, alle difficoltà comunicative tra Micha e Jana; dalla negazione di una borsa di studio universitaria alle scelte sofferte compiute in solitudine. Persino la fotografia di Simon Vu si fa partecipe delle assenze narrative: se da un lato sa evidenziare la bellezza del paesaggio costiero tedesco, creando immagini suggestive che quasi trasmutano i luoghi (la spiaggia in secca appare come la superficie di un pianeta alieno), dall’altro desatura e impoverisce i colori privandoli di vitalità e calore, creando un’atmosfera algida e rarefatta, inaccogliente come la stessa Windholm che dopo il trauma subìto si è chiusa in se stessa in una cortina di malinconia e mestizia, rifiutando il mondo esterno e ossessionata dai propri fantasmi.

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We are the tide è forte di un soggetto davvero interessante, che facilmente può ricordare altre storie (Picnic a Hanging Rock, o soprattutto la fiaba dei Grimm sul pifferaio magico), ma trova proprio in questa sua particolarità il punto debole di una sceneggiatura che non prende mai direzione precisa. Così mentre il mistero dei bambini scomparsi non si fa mai coinvolgente e veramente intrigante, lasciando più domande che risposte, neppure il discorso sulle reazioni umane a un avvenimento incredibile trova una sua compiutezza, fermandosi all’immagine di una comunità perennemente in lutto, ma tuttavia non del tutto rassegnata alla perdita. Attraverso le tinte sci-fi, in certe sequenze molto esplicite (la passeggiata dei due studenti in tuta sulla spiaggia pare uscire da un film di missioni spaziali), Hilger punta con toni misurati a fare della speranza e dell’attesa gli aspetti portanti di una storia in cui sono i giovani a ritagliarsi lo spazio principale, posti di fronte alle incertezze da una società sulle prime fiduciosa, ma che poi finisce per negare le opportunità. Come accade a Micha, che si vede rifiutato dall’Università di Berlino il progetto di studio del caso Windholm dopo aver ricevuto incoraggianti promesse, divenendo il rappresentante di una generazione che nonostante tutto mantiene intatta la sua determinazione. Il mistero di una marea anomala diventa quindi il paradigma di tutto ciò che nella vita è incomprensibile anche scientificamente, dove la scomparsa dei bambini assume il significato definitivo di questo “vuoto”.

 

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