Il bianco e nero dai contrasti netti e taglienti può indurre la sensazione di essere di fronte a un film più distaccato, analitico, immediatamente documentativo rispetto ai precedenti lavori di Roberto Minervini, ma What You Gonna Do When the World’s on Fire? (in concorso a Venezia 75) è, sotto certi aspetti, il suo film più caldo, persino più compromesso con la materia umana e sociale in cui s’è calato. Lo è in una maniera ideale e culturale: laddove sinora Minervini si era speso in una progettualità che partiva dal sudore quotidiano di un’umanità marginale compromessa con la propria miseria, da una narrazione che si compiva nella sacralità spericolata del rapporto empatico con gli esclusi colti nel loro istintuale sopravvivere, questa volta il profondo Sud dell’America in cui il regista pur sempre si muove è lo scenario squadrato, preciso, quasi teorico di una conflittualità sociale nella quale la narrazione stessa del film si incarna. Ci sono le persone, con le loro storie e le lacrime, le parole e i gesti, ma c’è soprattutto la tensione collettiva di una Louisiana schiantata contro i termini del razzismo ormai conclamato in cui si rotola. Il tempo è l’estate del 2017, ma le questioni che la comunità nera di New Orleans deve affrontare hanno radici nel tempo lontane, anche più lontane del 2005 dell’uragano Katrina che rase al suolo la città colpendo soprattutto le fasce più deboli della popolazione e offrendo l’occasione di quella gentrificazione dei quartieri popolari di cui, per esempio, sta patendo le conseguenze una delle figure incontrate da Minervini, Judy: famiglia di musicisti alle spalle, abusi alcol e droga nel passato, poi la via della ripresa incarnata in un bar di quartiere dalla storia fortemente identitaria, infine lo sfratto per presunta morosità, in realtà per poter vendere ai bianchi che stanno comprando a poco prezzo un po’ tutto il circondario, compresa la casa della vecchissima madre di Judy, dal volto scolpito come una scheggia di passato.

In realtà il punto drammaturgico centrale è proprio il conflitto con la comunità dei bianchi: il Ku Klux Klan sta prendendo forza, due ragazzi neri sono stati uccisi e decapitati perché hanno avuto relazioni con ragazze bianche, l’antagonismo opposto dalle Black Panther è forte e netto e Minervini è riuscito a farsi accettare al loro fianco durante le riunioni, i sit-in davanti al tribunale, i pattugliamenti e i colloqui con la gente del quartiere. L’altra prospettiva è offerta dal rapporto tra quotidianità e paura, incontrato per strada quando da un gruppo di ragazzini è emerso Ronaldo: deciso, determinato, lucido, ma con accanto il fratello minore, Titus, che ha paura di un po’ tutto, dei mostri della horror house alle giostre, di camminare in equilibrio sul ciglio del marciapiedi, forse perché a casa c’è la madre che li educa al rispetto e alla prudenza, rientrando quando le luci della strada si accendono, stando alla larga dalle case dove pochi giorni prima hanno sparato, non frequentando i cugini che hanno preso una strada cattiva…

Il mondo, insomma, è in fiamme e la risposta alla domanda “cosa fare?” che Minervini trova per le strade di New Orleans è al centro di questa triangolazione tra la permeabilità umana (vibrante, autentica, rabbiosa e consapevole) di Judy, la militanza antagonista (e anche un po’ ingenuamente ideologica) delle Black Panther e la giustificabile paura di Titus gestita dal fratello Ronaldo con la fermezza e la decisione che lo caratterizzano. E al centro di questo triangolo c’è quello che per Minervini è probabilmente il punto focale del suo film: Chief Kevin e gli indiani dello storico Mardi Gras di New Orleans, su cui non a caso apre e chiude il film. Come fossero i custodi di un genius loci la cui identità sta nell’accoglienza e nella mescolanza, è tra di loro che Minervini trova il senso di un percorso che viene da lontano e a metà Ottocento ha visto accogliere i neri d’Africa sfuggiti agli schiavisti nelle riserve degli indiani d’America. Chief Kevin si muove coperto di piume, sotto il costume preparato per l’occasione dei riti del Mardi Gras, ai quali la comunità indiana partecipa da anni anche se è rigorosamente tenuta ai margini. Questo spettro rituale, questo corpo rilucente di bianco che si muove al ritmo di pulsioni arcaiche, è lo schema su cui il film si struttura, in un lavorio che poi ricade per intero sulla responsabilità dello spettatore, al quale è demandato il compito di far funzionare le connessioni. What You Gonna Do When the World’s on Fire? lavora sul taglio netto degli elementi figurativi, lasciando da parte ogni funzionalità lirica del filmare, ma non è certo privo di un rapporto empatico con la materia che racconta.

 

 

 

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