cdnIl narcisismo compulsivo del cinema di Xavier Dolan alle prese con l’elaborazione preventiva del lutto: quasi un plot obbligatorio per l’egocentrismo del giovane genio cinematografico canadese, una tappa fondamentale nel percorso di crescita a vista che sta portando avanti, la fatale coincidenza tra trionfo e caduta… Esattamente quello che il titolo annuncia: Juste la fin du mond… Solo la fine del mondo, per l’appunto, dove ovviamente il mondo coincide con se stesso, in un cortocircuito che, applicato al fare cinema, significa filmare in erezione coscienziale permanente, sublimazione di petite mort e grandeur, ansia orgasmica della performance visiva e attoriale, tensione diegetica assolutistica e focalizzazione egocentrica autoriale… Il fatto è che poi Xavier Dolan dà sempre qualcosa, a volte molto, di solito una ferita profonda di consapevolezza e drammaturgia, in bilico tra tensione tematica e assorbimento visivo: un agglomerato piuttosto magnetico, di quelli da cui a caldo magari tendi a staccarti, ma poi ti crescono dentro nel tempo.

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Juste la fin du monde, dunque: la matrice è teatrale e nel film resta tutta, a livello drammaturgico almeno. Ché poi Dolan lavora le immagini in un continuo ritorno di tagli stretti, occlusioni visive concentrate sulla performance del cast transgenerazionale chiamato all’appello: attorno al bello e perduto Gaspard Ulliel (che è Louis, giovane drammaturgo di grande successo in attesa di morte) ci sono Nathalie Baye (Martine, la madre che isterizza il ritorno a casa del figliol prodigo), Vincent Cassel (Antoine, il fratello maggiore, nodo di insicurezze maturate in rabbia), Marion Cotillard (Catherine, dolce e spiazzata moglie di Antoine) e Léa Seydoux (Suzanne, la sorella minore, scricciolo di attese irruvidite). Un bel nucleo familiare disfunzionale, dal quale Louis è fuggito da anni, in cerca di quel successo che ha poi abbondantemente ottenuto. Ora che torna, dopo tanti anni di assenza, ha con sé il peso di un annuncio funebre prossimo venturo messo a registro a proprio nome: un male se lo sta portando via inesorabilmente e lui vorrebbe avvertire i familiari, se solo questi non lo accogliessero con tutta l’ansia di cannibalizzare il suo ritorno, vomitando attorno al desco domestico i loro rancori passati e le attese 252future. Siamo in un film di Dolan, on connaît la chanson degli strepiti amorosi familiari, la tensione implosa nella passione repressa: ancora una volta le relazioni domestiche sono il grumo che impedisce la cicatrizzazione della ferita identitaria e il cinema si fa carico, in ogni sua funzione (narrativa, filmica, figurativa, teorica), di gestire lo scarto tra ego e superego. Qui il sipario si apre su una delle più famose pièce del noto drammaturgo francese (morto di AIDS nel 1995) Jean-Luc Lagarce, Derniers remords avant l’oubli, datata 1987: come dire, andare in scena dopo l’arrivo di Godot o tornare a tavola col convitato di pietra… Il tempo sospeso dell’attesa interrotto nel gioco presente dell’assenza assoluta. Louis è una sfinge dagli occhi azzurri che assorbe nel suo silenzio ogni domanda e ogni conseguente dolore. Dolan gioca a rimpiattino con il suo non esserci nella controfigura di Louis: dirama bollettini di guerra tra fratelli e sorelle e madri, contrapponendo il protagonista alla loquace afasia della cognata, che parla di futuro, di nipoti nati col suo nome, e dentro di sé è la prima (forse non l’unica…) ad aver recepito la novella portata dal revenant. Che tutto sia occluso da Dolan in un asfissiante gioco di primi piani, tutti rigorosamente tagliati da chiaroscuri d’interno e percepiti nella profondità di campo che inframmezza figure ed oggetti, è la conseguenza di un filmare che rende sapiente la scena drammaturgica, la materializza in attese visive che non verranno, e anzi occupano lo sguardo. Salvo poi insistere, tra una scena e l’altra, sulla forza liberatoria dei sipari musicali coi quali gioca in alleggerimento, porzioni videoclippare che aprono allusioni da flash back o spingono l’energia fuori dal ring domestico. Non sono proprio il massimo della finezza estetica, diciamolo. Ma (non) facciamogliene una colpa: il ragazzo si sta facendo. Prima o poi dovrà pur liberarsi dei vezzi…

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