Hanno avuto davvero un colpo di genio Danny Boyle a dirigere e Richard Curtis a scrivere un film come Yesterday. È geniale l’approccio con il quale l’esplicito omaggio ai Beatles, alla loro musica che ormai può definirsi classica, ma sempre così contemporanea e inossidabile, avviene attraverso una loro esplicita quanto efficace negazione. Un espediente che libera le mani dall’ingombro dell’oggetto di interesse che diventa, al contempo, chiave insolita e fondamento necessario per avere accesso a quel mondo e poterlo offrire allo spettatore nella forma nuova di una sua totale reinvenzione Boyle recupera così lo spirito originario dentro il quale i quattro ragazzi di Liverpool componevano le loro musiche e i loro testi.  La loro musica, nuovamente, diviene la chiave di volta che realizza, nello scenario immaginario che Boyle e Curtis hanno saputo creare, un altro e rinnovato sotterraneo mutamento che parte dalla ricostruzione della memoria collettiva per arrivare, con un Obladì obladà finale, all’educazione musicale delle più giovani generazioni. John Malik si arrangia a suonare nei bar e alle feste dei bambini, assistito da Ellie una amorevole manager tuttofare. Una sera, tornando a casa, un blackout di 12 secondi spegne il mondo intero. John, in quel brevissimo tempo ha la (s)fortuna di essere investito da un autobus. Nulla di gravissimo, perde due denti e qualche giorno in ospedale. Ma quando esce trova che il mondo ha dimenticato i Beatles, la Coca Cola e le sigarette. Come in Fahrenheit 451 lui apre l’archivio della sua memoria e canta i grandi successi del gruppo di Liverpool. Il resto: successo, soldi e pentimento, fa parte della consueta struttura della commedia, in quel climax rassicurante che Curtis e Boyle dosano molto bene fino alla fine.

Commedia quindi originale, pienamente nelle corde di un Danny Boyle ispirato che conferisce ritmo alla storia arricchita dalle complici e indimenticabili canzoni del quartetto che compongono – per i beatlsiani di ferro – una memorabile colonna sonora. Il merito maggiore di Yesterday è di sicuro quello di avere inventato un nuovo modo e purtroppo non ripetibile, su come realizzare un film omaggio, su come ricostruire il mito, forse perfino un biopic, fondando la narrazione sulla originaria negazione dell’esistenza dell’oggetto di interesse. Il metodo rivela la sua efficacia là dove giocando con l’onniscienza dello spettatore, sa esaltare, al contempo, il tema della memoria come scenario sul quale si giocano anche i destini del futuro e una sorta di malinconica possibilità che tutto ciò che vediamo sullo schermo possa diventare vero. Solo l’onesta di John, il protagonista, suggerita dalla saggezza ultraterrena di John Lennon che vive là dove i miti non muoiono mai, potrà esaltare la necessità della memoria da tramandare come nuova profezia senza i soldi di mezzo. Proprio su questi temi il racconto e il film di Boyle, offre la possibilità di una diversa e più complessa analisi. Il meccanismo che costituisce l’avvio della storia di Yesterday creando la sorpresa sulla quale interamente il film si fonda, scaturisce da una sopita paura collettiva che è la perdita della memoria come male planetario che potrebbe gettare il mondo per qualche secondo, che diventerebbe decisivo, nell’oscurità. Un’oscurità che sarà perpetuata dalla scomparsa delle reminiscenze di ogni abitante del pianeta, di beni e oggetti sui quali sembrava consolidato un conoscere collettivo e sul quale era addirittura fondata una specie di lingua universale che ovunque comprendeva termini come Beatles, Coca Cola e sigarette. Il mondo inconsapevole è afflitto, nell’immaginario di Boyle, da una specie di incipiente alzheimer collettivo che non preoccupa proprio perché è collettivo, quindi irriconoscibile poiché patologia generale che genera un mondo di tutti uguali. Solo John Malick e una coppia di spiritati fans, archeologi inconsapevoli della musica dei Beatles, hanno ancora il dono della memoria che li fa impazzire sulle note di Strawberry fields o Yellow submarine.

 

Ecco, il cuore del film è questa presa di coscienza che coinvolge (in)direttamente lo spettatore e Yesterday, con la sua struttura ondivaga tra la commedia, il fiabesco e il melodramma moderno dentro i quali si sviluppa la storia, resta sospeso in un tempo quasi indefinito, espediente volto che ad attribuire efficacia costante al tema e alle sue possibili soluzioni. In Yesterday, restano accantonati i temi dei dolori sociali e anche la diversità etnica di John e della sua sconclusionata famiglia resta assorbita dentro i risvolti di una società assuefatta. Così John sembra navigare, al suo risveglio, in una specie di Truman show senza cattiveria e questo mondo diventa lentamente uno scenario improvvisamente credibile nei limiti in cui si fa sempre più vero il contrario e opposto desiderio di una realtà più autentica e meno filtrata dalla manipolazione abusiva. La musica dei Beatles rendeva il mondo migliore dicono i due stralunati fans e John Malik ha il compito non solo di riprodurre quella musica e quelle parole, affascinando perfino un Ed Sheeran dimentico di quelle melodie e che con grande ironia nel film interpreta se stesso, ma anche di profetizzare quel mondo migliore annidato in quelle canzoni. Il film di Boyle e Curtis, rinnovando il mito e sottolineando con chiarezza l’immortalità di quella musica ad ogni latitudine e in ogni tempo comprensibile, lavora sulla malinconia del presente aprendo scenari insospettabili. Il buon umore tipicamente inglese, che restituisce l’impronta di commedia, riflette con efficacia sui destini possibili, senza saccenteria e con qualche debolezza che si ritrova nelle pieghe della non troppo originale e mal celata storia d’amore tra John ed Ellie, vittima di un po’ troppi ghirigori e corse tra le strade deserte. Il finale accomodante e consolatorio come in ogni commedia qui ci riconduce al desiderio del buen ritiro dopo una vita complicata, in un angolo di mondo dove sopravvivono i miti e la memoria è ancora utile al presente.

 

 

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