Nell’ideale antologia dei POV movie che, attraverso la visione in soggettiva hanno cercato di riscrivere e, spesso, smontare e rimontare i codici narrativi dell’horror – da Cannibal Holocaust a The Blair Witch Project e via citando – il suo posticino il Giappone se lo ritaglia con carattere,grazie all’esordio di Shinichiro Ueda. Uno che si dichiara fieramente disposto a realizzare solo “film che saranno divertenti anche fra 100 anni” e che attacca alle fondamenta il genere attraverso una divertita analisi dei meccanismi che, tra realtà e finzione, determinano il coinvolgimento del pubblico. Si parte dal One Cut del titolo internazionale: un’inquadratura, un lungo piano sequenza d icirca 30 minuti in cui i protagonisti inscenano un film di zombie, salvo ritrovarsi loro malgrado alle prese con un’autentica epidemia di non morti. Le riprese avvengono infatti in una vecchia fabbrica, teatro di sinistri esperimenti militari che hanno resuscitato i cadaveri. Nel divertimento superficiale,ma efficace, che si prova a confondere i piani narrativi e a vedere gli attori minacciati da “veri”mostri, si ritrova il conforto del noto, di storie che abbiamo già imparato a conoscere e che permettono di affrontare i traumi del mondo attraverso il sovvertimento della normalità. Il punto divista è quindi interno ai fatti narrati, ma allo stesso tempo attento a restituire l’oggettività della situazione, il quadro totale, saltando da un personaggio all’altro con l’immediatezza cinetica della ripresa in tempo reale. Qualche dettaglio fuori posto – illuminazione imperfetta, attori morti che risorgono all’improvviso, altri che spariscono senza che se ne sappia troppo, la stessa macchina da presa che a un certo punto cade e resta per un po’ sul terreno – non mina il tutto, ma anzi ne lima l’eccessiva perfezione, esaltando la brutalità del “catturare l’attimo”.

 

 

Poi qualcosa cambia e si svela l’autentico piano di Ueda, che torna alle origini e ci mostra il backstage, il cosa ha portato a quella situazione, gli sforzi e i tentativi per portare a casa il risultato: Zombie contro zombie è quindi leggibile non solo come lo scontro tra due differenti piani di realtà, ma come quello fra una tradizione codificata e una “rivitalizzazione” del genere che è esaltata dallo svelamento del lavoro alle spalle. L’intera sequenza iniziale che rivendicava la propria “verità” attraverso la mancanza di stacchi si mostra dunque nel suo inganno, raccontato con uno stile più tradizionale che sembra quas iuna rivincita del cinema tradizionale contro quello più performativo. Il film viene quindi smontato e ricontestualizzato nelle sue parti, si svelano le dinamiche daRumori fuori scena, e si smitizza l’insieme mostrandone le criticità. Le imperfezioni già evidenziate ritrovano così una loro ragione d’essere e, in un certo senso, si stagliano quali momenti di artigianalità assoluta, capaci di far funzionare il film proprio perché aprono divertenti detour nel corpo altrimenti consolidato del genere. Il miglior zombie-movie contemporaneo diventa così il corpo stesso del film, azzannato da uno sguardo che allargando la prospettiva esalta la magia del cinema in quanto mezzo capace di ritagliare porzioni di fantastico in una realtà altrimenti sgangherata, dove il duro lavoro e l’improvvisazione ragionata permettono alle regole di restare in piedi (letteralmente: come la torre umana utile a realizzare il dolly finale). Ueda diverte perché dissacra, ma allo stesso tempo rilancia la sfida del cinema come gesto di volontà assoluta di fronte alle avversità. Se ci si limitasse solo a questo, però, Zombie contro zombie apparirebbe unicamente come un divertissement di ottima fattura tecnica o in quanto divertente ricognizione di un set. Al contrario, la forza dell’opera di Ueda sta nella capacità di personalizzare il rapporto tra realtà e finzione, iscrivendolo sul vissuto reale deipersonaggi (da cui i paragoni molto indovinati con sit-com quali la nostrana Boris). Gli imprevisti del caso sono veicolati dalle nevrosi dei protagonisti e dalle dinamiche affettive che nel frattempo il set lascia germogliare o, al più, mette alla prova. Come accade ad esempio con il regista Higurashi e il cast artistico e tecnico in cui militano la figlia (ammiratrice sfegatata del protagonista principale) e la moglie (ex attrice al rientro sulle scene). La bizzarria si colora quindi d’umanità, mentre il gioco dei piani narrativi che si intersecano ricorda certe sperimentazioni alla Joe Lansdale (come la saga del Drive-in), dove la risata è sempre accompagnata dal solido background garantito da personaggi con una propria verità.

 
 

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