Sono rimaste solo le tende rosse, oltre ai volti invecchiati?
Ovviamente no. Ma molto è cambiato.
Nelle prime due stagioni di Twin Peaks, David Lynch giocava con la ripetizione dell’identico e dei generi per inquadrare la (ir)realtà (SoapOperaHorrorNoirSitComCartoonFilmeroticoFantascienza…), aggiungendo senso grazie ai sogni premonitori e alle apparizioni del male. Con le prime due puntate di TP3, l’autore pare invece giocare in direzione diversa. Opera soprattutto sul disorientamento dello spettatore più affezionato, dandogli “sicurezza” e “confidenza”, o meglio, dandogli “del Tu”, proprio attraverso la ripetizione dell’eccentricità e dell’impossibile nelle sequenze oniriche. Si riconoscono le radici della serie fondativa (che rivoluzionò la serialità televisiva e
preconizzò la postmodernità dentro al tubo catodico) soprattutto nei dettagli sognati, negli incubi premonitori, in quel (non)luogo-tempo sospeso che è la stanza dalle tende rosse e il pavimento bianconero a onde zigzag, varco di male e doppiezza perduto tra i boschi infernali di Twin Peaks (ma anche doppia porta e visione di verità solo per i “giusti”). Se non ci fossero le musiche di Badalamenti e i sogni e Twin Peaks nel titolo potremmo essere in un altro film/serie sperimentale del regista. Lynch destabilizza e, letteralmente, disorienta, ambientando le prime due puntate prevalentemente a New York, South Dakota e Las Vegas, mostrando personaggi nuovi e Dale Cooper – “in questo mondo” – in versione malvagia. Si intravedono appena l’ufficio dello sceriffo, il bar Bang Bang (il concerto che chiude la seconda puntata) e poco altro di Twin Peaks (l’altro filo rosso di ripetitività con i capitoli precedenti è l’omaggio manifesto a Marlon Brando).


Le prime due stagioni disegnavano caricature di realtà e di male. Caricature disturbantemente vive, palpabili, tangibili. Pareva di poterle toccare con gli occhi e le orecchie, di entrare dentro all’oscurità e viceversa: quella CineCosaTelevisiva spaventosa quanto divertente entrava dentro i nostri incubi. La “realtà” era talmente assurda da sfiorare la parodia, gli “incubi premonitori” talmente assurdi da rivelare la verità. Sogno nel sogno nel sogno… Magritte sotto acido. Estenuante partita a scacchi senza fine e di stallo con lo spettatore. Oggi Lynch – almeno con i primi due episodi – pare invece mettere a fuoco un universo “reale” meno caricaturale, livido e oscuro e uno onirico che si fa déjà vu rivelatore, riallacciandosi alla premonizione dei 25 anni (più uno). La “riconoscibilità” della serie si annida soprattutto nella stanza rossa, nel nano, nel gigante, nell’uomo senza un braccio, in Laura Palmer (morta, ma invecchiata) che grida, nelle strade perdute illuminate dai fari di un’auto. O, ancora, nell’albero che è braccio parlante con una testa che pare uscita da Eraserhead o da qualche dipinto/installazione/immaginazione del regista. In una parola, nell’“eccentricità” iperlynchiana. Come a dire, le maschere del male possono essere viste da entrambe le parti.
L’impossibile è il riconoscibile.
Infine, con i frammenti “newyorkesi” del ragazzo che fissa e registra la misteriosa scatola di vetro gigante, l’autore di Missoula sembra farsi beffe dei detrattori della saga (ma anche di se stesso e dei fan), dicendoci che in fondo guardare “La Serie” – così come “le” serie, così come la Tv… – non è altro che “stare seduti sul divano a fissare una scatola di vetro aspettando succeda qualcosa…”. Poi qualcosa succede davvero. Osservava David Foster Wallace in David Lynch Keeps His Head: «A Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio, a Lynch interessa l’orecchio».
Stavolta, David torna a mostrarci lo stesso “orecchio”, in prati molto meno da Norman Rockwell e, soprattutto, da un’altra angolatura.
Come una maschera indossata al rovescio.
Ma è ancora presto, sappiamo bene che «il percorso viene tracciato ponendo una pietra dopo l’altra».

 

 

 

 

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