C’è il tempo dell’attesa, ma c’è anche la percezione del tempo finito, della conclusione della cronologia intesa come divenire dell’essere: strano film, assente e in assenza, Lúa vermella di Lois Patiño, tra i più belli e densi del pur notevole Concorso di questa 56 Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, conclusasi sabato 29 con un duplice premio per il portoghese A metamorfose dos pássaros di Catarina Vasconcelos, che dopo la Berlinale si conferma dunque uno dei titoli di punta di questa strana stagione del cinema mondiale. Assente e in assenza, Lúa vermella, perché è un film in cui la mitologia fondativa acquatica delle culture marinare si ribalta nel culto onirico di una tensione terminale, l’ossessione per la perdita dell’anima che va alla deriva nel ciclo infinito delle lune e delle maree. Lois Patiño si muove tra la gente e i luoghi della Galizia in cui è nato e cresciuto, elabora antiche leggende e le traduce in un sogno perpetuo che trascrive il presente nell’astrazione di vecchie figure che vegliano la loro tarda presenza. “Il mostro è il mare, dorme da secoli e noi siamo il suo sogno”: l’evocazione ossessiva è quella della creatura marina che da sempre s’impossessa dei corpi dei pescatori e li trascina nei fondali marini. Dinnanzi a lui si erge l’assenza conclamata di Rubio, l’unico pescatore capace di affrontare la creatura e strappare al mare i corpi dei marinai, per consegnarli al dolore dei loro congiunti. Ma Rubio non c’è più, anche lui è svanito tra i flutti, e la sua assenza, che segna la fine della salvezza, determina l’assenza del tempo.

 

 

Il film, dunque, si tinge di rosso e si stringe attorno a questa immutabile fluidità del non esserci: la duplice assenza, quella del mostro e della sua nemesi, annulla sia il tempo del dolore che quello della salvezza, azzerando la cronologia, lo scorrere degli eventi in un presente assoluto e inestinguibile. Tutto questo è tradotto da Patiño in un denso impasto di spettrali astrazioni, nello sciabordio di un flusso di coscienza che inverte la vitalità dell’essere nell’annichilita sospensione del non essere: corpi anziani stazionano pensosi su scogliere che stanno imperterrite dinnanzi all’eternità delle onde, figure che ruminano il dolore antico della loro terra al quale è stato infine negato anche l’approdo della redenzione. C’è una disperazione che si acquieta nella rassegnazione, in questo film evocativo e illustrativo, dove ogni elemento rimanda a un apparato culturale ben localizzato ma anche universale. L’effetto è molto particolare, perché c’è qualcosa di ipnotico che rende vischiosa la visione, ma allo stesso tempo si resta esposti a una sorta di onirica impassibilità, che scaturisce dalla netta percezione dell’esaurirsi del tempo. Insomma, è come se il Ruiz delle Tre corone del marinaio incontrasse il De Oliveira dello Strano caso di Angelica o di Gebo e l’ombra

 

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