Seguire i passi del granchio rosso per trovare il tesoro: una mappatura mobile e invisibile, organica e ponderata sull’incedere lento del crostaceo. C’è tutto il peso del pensiero, della riflessione, nel destino che segna la storia di Luciano, il Re Granchio del film di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis a Cannes 74 nella Quinzaine des Réalisateurs. La narrazione evocata dalla vox populi della gente di un borgo della Tuscia racconta di un giovane uomo del posto di fine Ottocento, figlio di un dottore, ebbro di spirito libertario e ubriacone per troppa consapevolezza. Luciano è inviso a tutti perché disprezza lo status quo e sfida il potere del principe in nome del popolo e soprattutto della ragazza che ama, insidiata dalle brame del signorotto. Un gesto estremo infiamma il suo animo e dà fuoco al castello del potente, dunque l’ellissi, che ci fa ritrovare Luciano nell’esilio della Terra del Fuoco, travestito da religioso, perso con una banda di marinai senza scrupoli sulle tracce di un favoloso tesoro, nascosto lì dove solo i passi di un granchio lo possono far trovare… Una vicenda di ribellione e di ambizione scritta sul corpo bruciante di un eroe prometeico smarrito nella vaghezza della narrazione popolare, tra i si dice, i pare e i non si sa dei vecchi che, nel borgo di oggi, raccontano quei fatti accaduti duecento anni prima. Sulle reticenze della tradizione orale Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis edificano l’epica bassa e stratificata di un antieroe in discendenza diretta dal Solengo che avevano incrociato nel loro precedente lavoro. Si tratta di personaggi che nascono dalla narrazione corale come ombre solitarie, schegge di una socialità reietta che fa un po’ paura, perché non risulta allineata con il sentire comune.

 

 

Re Granchio è un film forte e ponderato, solido nei gesti di una messa in scena che sa estraniare la ricostruzione storica nel tempo perenne di una antropologia minima. Il racconto dei racconti popolari evoca una dimensione sanguigna dell’essere uomini sulla terra, che scavalca la funzione della parabola e la consegna alla mitologia spicciola della gente semplice. Il cinema si applica a tutto questo con una gestualità filmica matura e immediata, che lascia svaporare l’approccio realistico (recitazione di strada, antiattoriale) in una vettorialità di genere, che guarda all’avventura, al western, al dramma storico. Viene in mente la potenza mitopoietica prona sul reale che appartiene al cinema di Lisandro Alonso, con il quale De Righi e Zoppis condividono un’innegabile sfiducia nel potere della catarsi. Il loro è un film che non osserva il progresso ma introietta una sorta di mappatura del camminare al contrario, del guardare dietro per trovare le ragioni di uno smarrimento eterno e persistente. La presenza scenica potente e asciutta dell’artista romano Gabriele Silli offre di Luciano un’immagine essenziale e evocativa allo stesso tempo. Così come il film, che concettualmente è materia organica come la mappa scritta sui passi del granchio.

 

La scheda del film sul sito della Quinzaine des Réalisateurs

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