Life is (not) a game di Antonio Valerio Spera: la contemporaneità nello sguardo di Laika

Tecnicamente è un’artista, i media la definiscono “La Banksy italiana” ma lei si definisce semplicemente un’attacchina. Laika, questo è il suo nome d’arte, è la street artist protagonista di Life is (not) a game, il documentario (nella sezione Freestyle della Festa di Roma) che vede l’esordio alla regia di Antonio Valerio Spera. E c’è da dire che lo stile di Laika ricorda da vicino alcuni dei più celebri lavori di Banksy. Le sue opere sono prevalentemente manifesti affissi, con blitz di pochi secondi ai muri di Roma anche se nel corso del documentario l’artista dipinge, con grande emozione, il suo primo murale. Quello di Laika è un lavoro politico, il racconto della contemporaneità con un’ironia fulminante dal gusto profondamente pop, leggero all’apparenza ma attento e partecipato. Sì, perché Laika quando può nella realtà ci affonda le mani fino al gomito, in prima persona, come quando, nel 2021, fa un viaggio in Bosnia per farsi raccontare di prima mano la traversata infernale che i migranti compiono sulla rotta balcanica, detta “game”, un percorso impervio che vede esseri umani disperati subire privazioni e angherie disumane nel tentativo di costruirsi un futuro. Laika rappresenta il loro viaggio e le loro sofferenze con la sua arte, così come rappresenta il trauma collettivo della pandemia attacchinando per le vie della sua città opere che ricordano sì Banksy ma anche certi vignettisti nostrani con un grande dono della sintesi, e con un eclettismo fantasioso quanto spregiudicato, come Bucchi e Mauro Biani.

 

 

Quella di Laika è una storia molto contemporanea. Una street artist che porta la sua critica tagliente e attuale, sempre e comunque sul pezzo anche quando certe situazioni non le si potrebbe vedere, i Balcani in definitiva sono letteralmente alle porte di casa nostra e in Croazia, una tappa del tragitto del game, a molti di noi piace andare in vacanza, e lo fa protetta da un travestimento che da un lato ne garantisce l’anonimato, proteggendo lei e la sua crew, e dall’altro ne fa un personaggio con quella maschera in plastica dall’espressione neutra incorniciata da una parrucca a caschetto fucsia destinata a imprimersi nelle retine di chi la vede. Antonio Valerio Spera fa la scelta felice di adeguare la sua narrazione allo stile di Laika: pop, leggera, godibile ma al tempo stesso essenziale e senza autocompiacimento quando la macchina da presa si stacca dall’artista per allargare il campo alle realtà umane dei migranti o dei romani alle prese con il Covid-19, quasi a sottolineare la relazione necessaria e inscindibile fra l’artista e il contesto, un rapporto costante e scientemente ricercato. Laika non fa esercizi di stile e l’estetica non è mai l’oggetto principale del suo lavoro per quanto una ricerca, nel segno della contaminazione e dell’eclettismo, non manchi affatto. Essa è comunque un mezzo, mai un fine, perché il fine va sempre e comunque ricercato nella realtà quotidiana fuori dalla porta di casa ma anche in giro per il mondo in una comprensione profonda del livello di connessione totalizzante e innegabile, per quanto ci si provi, che caratterizza l’umanità. E Laika è là fuori, sempre, quando la pandemia la costringe a casa soffre e scalpita, non ce la fa a non uscire almeno per un blitz di pochi secondi.

 

 

Un personaggio sopra le righe, quindi, eppure mai invadente. Certo, la si nota per forza ma in Life is (not) a game Spera non calca mai la mano sull’eccezionalità di un personaggio centrale che, d’altronde, non ha voglia né bisogno di occupare il centro della scena, anzi, quando può tutto sommato si fa da parte e il regista la segue. Il punto sono le sue opere finite, visto che anche ai momenti della preparazione dei lavori viene dedicato lo stretto necessario. L’importante è mostrarli e perpetuarne l’esistenza nel tempo andando oltre alle poche ore che a molti di essi viene concesso prima che una mano solerte li strappi dal muro, forse perché colpiscono nel segno e in più di un caso, come i manifesti su Patrick Zaki protetto da un Giulio Regeni benevolo che gli promette che tutto andrà bene, mettono il dito in una piaga che dà fastidio un po’ a tutti, giustamente alle autorità egiziane ma in parte anche a quelle italiane. Il fastidio, tuttavia, proprio come la ricerca estetica non è mai fine a sé stesso quanto piuttosto uno strumento per stimolare l’attenzione e portarla sui temi, che restano il fine ultimo di un modo di fare arte che avvicina Laika a personalità internazionali come Badiucao riportando il ruolo degli intellettuali vicino agli eventi nel compito, sempre più complesso, di farsene interpreti e narratori. E in questo si può dire che l’opera prima di Antonio Valerio Spera centri l’obiettivo, dando corpo e voce al lavoro di un’artista magari lontana dagli interessi di una cronaca mainstream sempre più piatta e anestetizzata ma in grado di fare politica con l’arma della leggerezza che permette al suo messaggio di arrivare forte e chiaro. Il regista, in tal senso, ha imparato la lezione dalla protagonista del suo film.