Un fantasma reale aleggia sullo sfondo di Da 5 Bloods, nuovo film di Spike Lee (visibile su Netflix), quello di Donald Trump. Trump non viene mai chiamato con il suo nome o (quasi mai) con l’appellativo di “presidente”, ma con nomignoli dispregiativi e pittoreschi. Con la parte (vacua) per il tutto (assurdo) in un’America in cui violenza e razzismo crescenti sembrano una naturale conseguenza di comizi e slogan che avvallano il suprematismo bianco. «Fake Bone Spurs», ovvero speroni ossei o osteofitosi (la ragione per cui Trump evitò sia il servizio militare che la guerra in Vietnam). Oppure, nell’appellativo coniato per lui dal rapper Busta Rhymes, «Agent Orange», agente arancio per il colore dei capelli e della pelle, ma anche come il nome in codice del defogliante usato atrocemente dagli USA in Vietnam. Dunque un personaggio che si atteggia a militarista, pur non avendo mai prestato servizio, e sfoggia capelli, mise, abiti e colori inconsapevolmente grotteschi. “The Donald” compare (attraverso materiale d’archivio) nella scena di un comizio in cui scorge tra i suoi sostenitori un afroamericano con un cartello «Blacks for Trump». Si entusiasma, indicando l’elettore come la dimostrazione vivente che anche i neri votano per lui. Dunque non è assolutamente un presidente razzista…

 

 

È solo uno dei tanti personaggi reali “omaggiati” per tutta la durata del film con video, filmati e fotogrammi di repertorio. Se i protagonisti parlano di Aretha Franklin o Milton Olive (militare sacrificatosi a soli 18 anni in Vietnam per salvare i commilitoni) sullo schermo compaiono scatti fermo-immagine di Aretha o di Milton.
Le icone di “grandi” neri del passato squarciano lo schermo con la potenza destabilizzante di un monito soul, il fantasma maledettamente reale di “Trumpo” resta invece appunto un fantasma, caricatura di se stesso, con conseguenze tragiche sul presente. Tutto il film spiazza di continuo lo spettatore tra passato e presente. Tra Storia di allora e Storia in corso, attualità, realtà che non cambia mai e si ripete come uno schema assurdo di ingiustizie terrene. Da 5 Bloods narra la storia di un gruppo di ex commilitoni afroamericani che hanno combattuto insieme in Vietnam. Si ritrovano a Ho Chi Minh City, a quasi 45 anni dalla “loro” guerra, per tornare sulle tracce di un tesoro che hanno nascosto durante il conflitto. Uno dei protagonisti, Paul (maestoso Delroy Lindo), è l’unico elettore di “Trumpo” del gruppo all black e sfoggia tutto il tempo un cappellino rosso stinto con lo slogan MAGA (Make America Great Again). Ed è solo il primo spunto per un rapporto fraterno eternamente conflittuale fra i “Bloods”.
Il nuovo film di Spike Lee – sottotitolo italiano Come fratelli – è un potente affresco sulle storture dell’America contemporanea in cui un presidente divisivo dice e fa cose arrischiate su temi delicati come l’etnia (per inciso, quanti poliziotti si sarebbero permessi di soffocare afroamericani fermati senza pensare di essere spalleggiati da parte del Sistema?). È anche per questa ragione che Da 5 Bloods è un film ipercontemporaneo, pur parlando di guerra in Vietnam, e al contempo necessario per mettere a fuoco una realtà di razzismo (non solo made in USA) tragicamente attuale.

 

 

Non solo. Da 5 Bloods esplicita un altro problema contemporaneo nella battuta chiave dell’“alter ego” del regista (è un fotografo pigeon toed), Eddie (Norm Lewis): «Quando i neri in America hanno smesso di essere “fratelli”?». Perché solo fino agli anni Sessanta e Settanta c’era una maggiore e costante attenzione quotidiana della comunità afroamericana verso se stessa? Il film non dà risposte, ma inquadra chiaramente come l’interesse personale e come l’individualismo di matrice capitalista siano stati portati all’estremo. I brothers, per sopravvivere, hanno cominciato a scimmiottare l’uomo bianco e il suo modo di vivere. L’opera mescola generi diversi: War (anzi Nam) movie, Storia, azione, commedia, dramma, film militante (la sequenza iniziale con Ali che dice che nessun vietnamita lo ha mai chiamato «negro», la sequenza finale sul movimento Black Lives Matter)… Al pari di BlacKkKlansman, con cui condivide ben più del cosceneggiatore Kevin Willmott, parte dagli USA del passato per radiografare e far luce sull’oggi. Il risultato è un pugno sul volto e sulla coscienza occidentale. Un’opera i cui protagonisti nelle scene di guerra non sono stati ringiovaniti digitalmente o tramite make-up. Come a dire: “questo è il ricordo del loro passato e nel loro passato sono rimasti prigionieri, invecchiando”. Se l’altro war movie di Spike, Miracolo a Sant’Anna, si era rivelato uno dei film meno riusciti dell’autore newyorkese, Da 5 Bloods è invece tra le sue opere recenti più interessanti, sentite e spiazzanti.
«Quando torneremo a chiamarci fratelli?».

 

 

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