Sul Monte Unzen in Giappone alle ore 15:18 del 3 giugno 1991 una nuvola di fumo e detriti a una temperatura di centinaia di gradi e a una velocità di più di 150 km all’ora si propaga dalla cima del vulcano verso il basso e brucia tutto ciò che trova lungo il suo cammino, compresi Katia e Maurice Krafft, due famosissimi vulcanologi francesi che hanno immortalato con le loro foto (Katia) e video (Maurice) le eruzioni più spettacolari avvenute in giro per il mondo dagli anni Sessanta in poi. Come in ogni altra loro spedizione precedente, Katia e Maurice erano troppo vicini, dipendenti da quell’adrenalina provata tante e tante volte nel sopravvivere a situazioni e pericoli estremi. Con la parte iniziale di queste immagini e con la voce fuori campo del regista Werner Herzog che le commenta inizia il suo ultimo film The Fire Within: a Requiem for Katia and Maurice Krafft, fuori concorso al 40° Torino Film Festival, mix di documenti audiovisivi e costruzione narrativa che ne fa un ibrido tra cinema del reale, cinema di finzione e metacinema.

 

 

Lo stesso regista – che ai vulcani ha già dedicato il bellissimo Into the Fire – si interroga e a tratti demistifica gli elementi di finzione dei presunti documentari dei Krafft e guarda con ammirazione alla trasformazione progressiva delle intenzioni di quei film, che da reportage vulcanologici mutano poco alla volta in reportage antropologici. Nei primi ci sono solo i due autori intenti narcisisticamente a immortalare se stessi nelle loro imprese al limite, negli ultimi il loro sguardo si apre agli altri, li osserva curioso, li accoglie. La vita e la morte dei Krafft, dice Herzog, «sono documentate in film (come Fire of Love di Sara Dosa, ndr) e libri, e questa non vuole essere un’altra biografia. Quello che sto cercando di fare è celebrare la meraviglia delle loro immagini». Perché i due vulcanologi, senza rendersene conto (o forse sì), hanno filmato per trent’anni la creazione del mondo mostrando la materia primordiale che sgorga dalle sue viscere e Herzog già si offre come il montatore di quel materiale grezzo, ricordandoci che raccontare il reale è sempre soprattutto montarlo, ordinarlo, orientarlo.

 

 

Nel frattempo, mentre il film scorre, prima di mostrarci le immagini finali della prima terribile sequenza, Herzog apre da narratore classico un lunghissimo flashback sul passato dei due protagonisti, alimentando una suspense a tratti lancinante e ricordandoci, come fa da decenni, che non esiste possibilità di marcare una linea netta tra cinema del reale e cinema di finzione. D’altronde la suspense e il climax narrativo è spesso nel reale stesso: il giorno prima della sua morte, Maurice ha dichiarato in un’intervista «Non ho mai paura, perché ho visto così tante eruzioni in venticinque anni di lavoro che se anche dovessi morire domani, non m’interessa».

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