Katia e Maurice Krafft. Francesi. Famosi per aver scattato immagini incredibili dei vulcani. Inizialmente poco rispettati dalla comunità scientifica per il loro stile anarchico e per il rifiuto di inquadrare le loro ricerche in rigorosi percorsi accademici, in seguito, di fronte all’evidenza delle loro imprese, apprezzati ed esaltati. Scrissero libri, tennero conferenze in Francia e all’estero, realizzarono servizi fotografici e documentari per la televisione così da riuscire a finanziare i loro numerosi progetti. Come quando, in collaborazione con l’UNESCO e con la società di ricerca internazionale IAVCEI (International Association of Volcanology and Chemistry of the Earth’s Interior), realizzarono il film Living Under the Threat of Volcanoes in seguito alla devastante eruzione del Nevado del Ruiz nel 1985, in Colombia, che causò la morte di circa 23mila persone. Pare abbiano esplorato 175 vulcani attivi diventando presto famosi pure negli States dove furono soprannominati “i diavoli dei vulcani”. Lei, Katia, fatta di grazia e sorrisi, di solito scattava le fotografie, fissando il movimento della lava, i cambiamenti della terra, le trasformazioni della materia; lui, Maurice, spettinato e massiccio, era quello che stava dietro la cinepresa, catturava la fissità e le ridava vita. Nel film di Sara Dosa li si vede spesso in atteggiamenti buffi, con indumenti strambi, che fanno smorfie, scherzi, giocare leggeri su ciottoli di lava e avanzi di magma. Sempre con il fuoco in testa, nel cuore, come tende a ribadire l’immagine e la presenza del loro inseparabile cappellino rosso. Pionieri avanguardistici dotati di tempismo e sangue freddo, doti che caratterizzarono il loro operato di fronte a fiumi di lava ed eruzioni spettacolari ma questo, come ricorda Herzog quando li omaggia nel suo film Into the Inferno, «significava avvicinarsi pericolosamente ai loro soggetti». D’altra parte, nell’amore l’uomo vive un’esperienza di non ritorno, totalizzante, che porta ad annullare le distanze con l’altro, fino a scomparire facendosi sempre più vicini. Per Maurice e Katia troppo vicino, come si è capito alla fine della loro storia. La coppia francese fu travolta e uccisa da un flusso piroclastico, una valanga di rocce, ceneri e gas innescato da un’eruzione del Monte Unzen, sull’isola giapponese di Kyushu, insieme ad altre 41 persone, il 3 giugno del 1991. Avevano 49 anni lei, e 45 lui. E questo si vede in Fire of Love perché, in parte, fu registrato in diretta.

 

 

Il film di Sara Dosa è costruito a partire dal riconoscimento di questa soglia, una frattura invisibile che sembra mettere in scena l’impossibile separazione tra la vita privata dei coniugi Krafft e la passione di vulcanologi che li anima, li consuma, li rende famosi, credibili e li avvicina sempre di più, l’uno all’altra, fino a diventare un unico corpo. C’è un passaggio significativo di Fire of Love in cui Maurice rilancia una frase di Nietzsche, «uno sciocco è qualcuno che ha perso tutto tranne la ragione», concetto che esprime tutto del suo stare al mondo. Un modo, uno stile, uno sguardo, una forma che nel film unisce avventura, poesia e amore in un’armonica sinfonia di colori e linee, suoni e vapori che, attraverso il montaggio dei loro filmati di viaggio alla ricerca di vulcani attivi negli anni 70 e 80, restituisce in parte la stupefacente esperienza vissuta dai coniugi. Intrepidi, visionari, per certi versi profetici per come avevano sostenuto la tettonica delle placche non ancora del tutto consolidata, i due vulcanologi francesi hanno vissuto inseguendo eruzioni vulcaniche e nuvole di cenere con la volontà di registrare tutto, sempre. Dosando ironia e dramma, narrazione e attrazione, il film di Sara Dosa pesca materiale originale dall’archivio personale di pellicole in 16mm, testimonianza avvincente di una vita dedicata all’esplorazione, all’analisi, allo studio – lavoro che si rivelò fondamentale per sensibilizzare capi e governanti delle comunità prossime alle pendici dei vulcani attivi più pericolosi del mondo – e restituisce allo spettatore un’energia inaudita e spiazzante, un entusiasmo contagioso che rendeva possibile l’inimmaginabile. Come solo l’amore riesce a fare.

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