I fasti di The Father sono alle spalle, ma Florian Zeller continua in ogni caso a attingere da un materiale che sente evidentemente vivo, da rivisitare nella differente forma espressiva del grande schermo. The Son, come il film precedente, adatta infatti l’omonima pièce teatrale dell’autore francese, portata in scena dal 2018 a completamento di una trilogia sulla famiglia iniziata nel 2010 con l’ancora non trasposto La madre. Resta dunque forte la struttura articolata principalmente in interni, fra le case di Peter e Kate, due coniugi ormai separati. Il loro figlio Nicholas vive con la madre, ma il suo carattere è insofferente, si sente abbandonato e ottiene dal padre di trasferirsi da lui. Ma i problemi non troveranno ugualmente una facile risoluzione. Non sfugge come la triangolazione fra il figlio e le due figure familiari abbia proprio il sapore di una ricapitolazione delle dinamiche esplorate nell’intera trilogia, nel rispecchiamento generazionale che pure reca in dote tutta la problematicità del confronto. Peter è infatti un uomo che è sfuggito all’ingombrante ombra paterna (il genitore è proprio Stephen Hopkins, in un’ideale strizzata d’occhio al film precedente) e ha imparato a farsi da solo, raggiungendo il successo e una precisa collocazione sociale.

 

 

Al contrario Nicholas è un ragazzo incerto, schiacciato dalla consapevolezza di non possedere la stessa forza di suo padre, dall’ansia di un confronto che lo vede inevitabilmente perdente e che incarna una generazione senza ideali e prospettive, ripiegata com’è unicamente sulle ferite di una famiglia che non si è consolidata, disgregandosi. All’azione di Peter, che cerca di prendere in mano le redini del rapporto e di spronare il figlio, corrisponde così l’inazione di Nicholas, che appare apatico e insofferente. Lo spettro della malattia è sempre in agguato: in The Father era la demenza, qui è la depressione adolescenziale acuta, che tenta di farsi tanto ritratto intimo di un processo familiare guasto, quanto riflessione sociale più allargata (Peter infatti sogna un futuro in politica in cui perpetuare il suo modello di successo). Zeller si affida così a una struttura oltremodo tradizionale e prevedibile nella sua articolazione, verosimilmente per lasciare gli spazi necessari a che lo spettatore si interroghi su quale sia realmente la scelta più giusta. Comprensione o comando, carriera o famiglia, amore o scienza sono i dilemmi disseminati lungo le tappe di un percorso terminale, che si fa il torto di credere troppo alla forza espressiva della tragedia (e dell’emozione quindi “facile”), ma che ugualmente cerca aperture a futuri possibili. Non perché lo spettatore debba scegliere il suo, ma per comprendere come la chiave della possibile rinascita vada sempre ricercata nei nuclei iniziali. La famiglia come mattone del destino e del mondo, insomma, cui resistere o inevitabilmente soccombere. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2022.

 

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